Silvano Danesi

Febbraio 10, 2016

Il Museo delle 1000 Miglia e i segni della storia

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Tombe romane e medievali - L’antica strada verso sud - Il porticciolo dei Benedettini - L’ara di Bacco - Anche il Naviglio Grande vuole la sua parte - L’antico mulino della cascina Piöé

di Silvano Danesi
e Piero Zizioli

Nel numero 15 di Apiarium, (vedi www.api.bs.it ), l’assessore all’Urbanistica del Comune di Brescia, ingegner Mario Venturini, in un’intervista rilasciata a Mario Baldoli ha dichiarato: “Abbiamo definito l’accordo con l’Associazione del Museo delle 1000 Miglia affinché il monastero si accompagni al ridisegno di aree circostanti, come il parco e la piazza davanti alla chiesa di Sant’Eufemia: vogliamo che il museo sia inserito in un territorio rivisitato. Sono in corso trattative con la Tamoil per spostare indietro il distributore di benzina. Lo spazio, ora occupato dalla Tamoil, diventerà un giardino pubblico: ciò significa un allargamento della piazza davanti alla chiesa per rendere l’ingresso a Sant’Eufemia più funzionale e corredare il borgo di nuova struttura di parcheggio”.
Buona notizia, in quanto consente di ridare finalmente, dopo anni di scempio, leggibilità storica e archeologica ad un’area di sicuro interesse, non solo per essere antistante al monastero benedettino, ma anche per la sua storia più antica.
Il naviglio, attualmente coperto, scorre parallelo al monastero e piega, in corrispondenza dell’attuale punta a ovest dell’area Tamoil. In questo punto, negli anni Trenta, sono stati effettuati ritrovamenti di antiche tombe, dei quali rimane memoria negli atti ufficiali.
“Nel corso dei lavori stradali furono rinvenute tre urne litiche cilindriche, in pietra di Botticino, contenenti i resti di cremati. Pertinenti al corredo di una di esse un balsamario in vetro e una pisside in corno. Sul coperchio due monete di Augusto. Nel terreno circostante sono stati recuperati un piccolo disco in bronzo, due piccole lucerne, alcuni balsamari in vetro, un’anfora e una ciotola fittili, una lucerna con bollo VI-BIANI, un chiodo in ferro. Probabilmente anche questi oggetti sono da riferirsi al corredo tombale. I materiali sono conservati a Brescia presso i Civici Musei d’Arte e Storia (ATS, nota della Direzione Musei di Brescia del 28.4.1934; Bezzi Martini 1987b, pp. 57-66 n.61)”[1].
“Per un tentativo di datazione della tomba è opportuno scindere il materiale “sicuro” dagli altri oggetti, che pur essendo stati associati al corredo, non sembrano avere alcuna analogia cronologica con esso. I due vetri riconducono all’ambito del primo secolo a.C. e in particolare alla prima metà, termine con cui concordano il rito, il tipo della tomba e, soprattutto, le monete con effigie di Augusto; al secolo successivo sembra invece attribuibile il materiale sporadico, in modo particolare la lucerna del tipo X del Loeschecke, con bollo Vibiani, che ebbe la massima espansione tra la fine del I e tutto il II secolo. Un’ulteriore precisazione è comunque impossibile, anche perché il frammento di terracotta azzurra, sicuramente non di epoca romana, fa ipotizzare la presenza di terreno rimaneggiato e inquinamento dei dati”[2].
Che la zona sia di sicuro interesse archeologico è direttamente suggerito anche dai ritrovamenti, importanti, fatti durante i lavori, ancora in corso, di sistemazione del complesso del monastero per adattarlo ad essere il “Museo delle 1000 Miglia”. Ritrovamenti dei quali Apiarium (vedi www.api.bs.it ) ha dato puntualmente nota. Un suggerimento altrettanto importante viene dal ritrovamento, del quale abbiamo dato notizia su Apiarium, di un’ara dedicata a Bacco.
Si tratta di una scoperta del 1830, avvenuta nei pressi della santella antistante il monastero. Durante i lavori di costruzione di una ghiacciaia venne trovata un’ara triangolare, dell’altezza di circa un metro, in marmo di Botticino. Su una delle facce era scolpito in bassorilievo un Bacco o un baccante con il tirso in mano.
Volgiamo, ora, lo sguardo verso, sud, con le spalle rivolte verso l’attuale accesso al Museo delle 1000 Miglia e possiamo intravedere ancora il tracciato della vecchia strada che collegava il monastero con l’attuale frazione Case di San Polo; è un breve tratto che conduce da viale S.Eufemia alla cascina-mulino Piöé, zona dove, tra l’altro, sono state trovate tombe tardo antiche. Va, a questo proposito, sottolineato che dal Naviglio Grande, che scorre oggi celato alla vista, si dirama ancora, come un tempo, da una “bocca”, un corso d’acqua che fino a non molto tempo fa alimentava la ruota del mulino, ancora visibile sul muro esterno della cascina Piöé.
Spostiamoci ora a est, lungo il muro perimetrale del monastero; arriviamo nell’attuale parco antistante la chiesa parrocchiale. In quel punto, pochi metri sotto terra, secondo testimonianze attendibili, dovrebbero trovarsi ancora ben conservate le strutture del porticciolo contiguo al monastero. I lavori di riassetto potrebbero, con opportuni sondaggi, mettere in evidenza i resti del porticciolo, quelli delle strutture romane e le tombe dei frati benedettini, presenti nell’area, come del resto è testimoniato anche da ritrovamenti degli anni Trenta.
Infine, va considerato che l’attuale chiesa parrocchiale, nel suo allineamento originario (ovest-est), ha l’entrata principale rivolta verso il monastero, mentre sul parco si affaccia la fiancata sinistra. Un lavoro opportuno di sistemazione dell’area, con restauro dell’abside romanica di San Paterio (chiesa collocata entro le mura del monastero), potrebbe restituire, anche alla chiesa parrocchiale, la sua prospettiva originale, attualmente completamente nascosta.
(giugno/luglio 2002)


Note

[1] Carta archeologica della Lombardia 

[2] Civici Musei di Arte e Storia

I marmi di Mercurio

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sidoro Bianchi, nel suo “Marmi cremonesi” (Milano, 1791), a proposito dei reperti bresciani collocati nella collezione Picenardi”, scrive: “Quindeci sono i marmi, che da Brescia sono stati qui trasportati ….. . Gli inediti, eccettuato il Greco della Tav.X, si sono di fresco dissotterrati nel villaggio di S. Eufemia, luogo distante da Brescia due miglia circa, nella circostanza che colà un pover’uomo scavava un suo piccol fondo per trovar sassi e materiali da fabbrica. … L’iscrizione di Primione Figlio di Cariasse, incisa sopra un solidissimo fregio di un architrave, ed i molti cippi, che in seguito qui si riportano, consacrati a Mercurio, ben chiaro ci danno a rivedere che nel villaggio di S. Eufemia, dove, come si è detto, tutti questi marmi di fresco si sono dissotterrati, vi doveva essere una volta un magnifico tempio a questa Divinità eretto, e molto venerato da’ Bresciani. Una tale scoperta deve molto illustrare l’antica storia di Brescia, giacchè non si è sinora saputo da alcuno, che nel villaggio suddetto esistesse un altro tempio, che quello di Bacco, tempio che il solo Cavrioli ci ha indicato nelle sue Istorie Bresciane. Né nostri contorni però, e massime in Brescia, sono frequenti i sassi dedicati a Mercurio, come lo dimostrano le molte inscrizioni, che particolarmente il Rossi ci ha conservate. In quella di C.Callinio (pag.146) Mercurio viene chiamatoConservatore della repubblica Bresciana, e nell’altra di C.Sillio (pag. 147) è dichiarato massimo conservatore del mondo. Io credo che ciò sia accaduto per religione de’ Galli Druidi, che dai nostri Antichi fu con molto zelo abbracciata, come ci viene attestato da Cesare ….”

Del culto di Mercurio e dell’importanza dell’area sacra di S. Eufemia si trova testimonianza ancora in Isidoro Bianchi, il quale scrive: “Il dottor Prospero Martinengo citato dal Rossi ci fa sapere che dove ora si vede la Chiesa di S. Pietro in Oliveto vi fosse un giorno la casa degli Arrii[1], e lo prova con documenti, che si conservano nell’archivio del monastero dei P.P. Benedettini di S. Eufemia. Lo stesso Rossi poi da una iscrizione trovatasi in Castello s. Eufemie, che incomincia Genio Arvorum Arii, congettura che gli Arrii possedessero in questo luogo. Con tutto che la nostra iscrizione, trovata pure nel Castello di S. Eufemia, sia inedita, pure il nostro M. Nonio Arrio Paulino Aspro è molto noto in Brescia per altri suoi monumenti, dai quali si deduce ancora che egli ebbe molte cariche pubbliche. Primeramente da una di lui inscrizione portata dal Rossi pag 51 si vede, che egli era molto divoto a Mercurio, avendogli dedicata un’altr’ara, sulla quale in allora gli piacque di indicare il motivo del suo voto, che fu la sua salute. L’inscrizione è la seguente.

“DEO. MERCVRIO
M. NON. ARR
PAVLINVS
APER.C.V.
PRO.SALVTE. SVA
V.S.L.M”

Ara votiva dedicata a Mercurio, ritrovata a S.Eufemia (I-II sec. d.C.); già facente parte della “Collezione Picenardi” di Cremona, è dal 1868 al Museo archeologico di Milano.

Ara votiva dedicata a Mercurio, ritrovata a S.Eufemia (II sec. d.C.); già facente parte della “Collezione Picenardi” di Cremona, è dal 1868 al Museo archeologico di Milano.

 


Note

[1] I Nonii Arrii erano una delle famiglie più illustri di Brescia ed appartenevano alla tribù Fabia. 

Dalle Sablonere a Brescia sul Naviglio

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La sabbia imbarcata al porto di S.Polo 
Il legname da Gavardo in navigazione verso il porto di S.Matteo

“Molto presto l’abate di S.Eufemia mette gli occhi sul Naviglio per il trasporto dei generi alimentari da e per Brescia, non solo, ma anche per la sabbia necessaria alle costruzioni. Così documenti del 1071 accennano al “portizolo” di S.Polo, in prossimità delle “sablonere”, che l’abazia cercava di controllare”[1].
Il riferimento di Giancarlo Piovanelli e Piercarlo Morandi è, come spiegano i due autori in una nota, al piccolo porto sul Naviglio che serviva a caricare la sabbia da portare a Brescia via acqua.
Da non dimenticare – sottolineano i due autori gli scavi del 1958-’60, che misero in luce un porto romano-medievale in prossimità del condominio K2, non lontano da Piazza Arnaldo. C’era anche un piccolo ospizio affidato alle cure dei monaci di S.Eufemia fino al ‘500. La zona era chiamata “pratum episcopi”, vasta proprietà del vescovo e del capitolo della cattedrale[2]. Questo prato si estendeva da Santa Maria Bambina a San Polo. Il Mommesen vi trovò una lapide romana e un cippo[3].
Il porticciolo in prossimità di Piazza Arnaldo nella zona di Torlonga era dunque affidato alle cure dei monaci di S.Eufemia, i quali controllavano il Naviglio che arrivava dalla Valle Sabbia e che da Torlonga raggiungeva San Zeno, passando per San Polo, dove un porto serviva all’imbarco della sabbia proveniente dalle sablonere.
Questi i dati, dai quali si evince, sia pure indirettamente, la presenza di un’attività escavatoria antica, quantomeno millenaria. Un argomento, questo, del quale si occupa lo studio di Franco Robecchi, che pubblichiamo in questo stesso numero di Apiarium vedi (www.api.bs.it )
Noi ci occuperemo, con brevi notazioni introduttive, del Naviglio, del quale i due rami tracciano i due lati di angolo il cui vertice era nel porto romano-medievale del porto di S.Matteo. L’area compresa tra i due navigli, ossia il “pratum episcopi” è quella dove è sorto negli scorsi decenni S.Polo Nuovo e dove attualmente si trova la sede dell’Api.
Il Naviglio, canale navigabile, come evidenzia il suo nome, trae le sue acque dal fiume Chiese nella zona di Gavardo. Le sue origini sono incerte, ma la sua costruzione, comunque, a parere di Pier Aldo Zanelli[4] andrebbe “attribuita all’iniziativa o del potere pubblico o, quantomeno, di istituzioni come gli ordini monastici, aventi titoli ad una giurisdizione territoriale”.
Enrico Balestrieri[5] ricorda come una memoria certa dell’esistenza del Naviglio si trovi nel “Liber Potheris Civitatis Brixiae”, dove è conservata un’ordinanza del 1253 della Comunità di Brescia, diretta al maestro muratore Barlino da Goione (ora Prevalle), con la quale questi viene incaricato della riparazione delle Arche di Gavardo, all’inizio del canale. Pier Aldo Zanelli sottolinea come nell’ordinanza venga usato per il letto del Naviglio l’aggettivo “antico”, quindi di parecchio preesistente al 1253.
“Atteso, dunque, che il canale possa risultare anteriore anche al XIII secolo – osserva Pier Aldo Zanelli – v’è da chiedersi se non vi abbiano piuttosto contribuito i monaci benedettini, la cui influenza sull’agricoltura e sull’economia del territorio bresciano, nei primi secoli attorno all’anno Mille, è storicamente accertata”[6].
L’avvocato Reggio, citato da Pier Aldo Zanelli, scrive in proposito: “I possedimenti episcopali a Gavardo e a Rezzato, i possedimenti benedettini estesissimi del Monastero di S.Eufemia e di S.Pietro al Monte a Serle, che si estendevano nel territorio di Nuvolento, Nuvolera e Virle, fanno ritenere che il canale Naviglio sia stato fatto scavare da ecclesiastici, per ridurre a cultura proficua quelle terre pedemontane”.
Nel 1288 – scrive Balestrieri – il vescovo Berardo Maggi, Signore della Città di Brescia, faceva escavare il Canale Naviglio, così come risulta da una incisione in rame già di proprietà dell’antica famiglia Cigola e conservata presso l’Archivio di Stato di Brescia”[7].
“Al suo inizio del Fiume Chiese, il canale – scrive il Balestrieri – è scavato nella viva roccia e le Arche sopracitate costituiscono un caratteristico manufatto in pietra viva di costruzione romanica, munito di saracinesche per la presa e la regolazione delle acque. Che il Naviglio fosse scavato al preminente scopo della navigazione è indubbio, sia per il suo stesso nome, sia per manufatti che ancora esistono dopo sette secoli di sua vita; sia, infine, perché della medesima epoca sono il Naviglio di Cremona, il Naviglio Pavese, vari Navigli di Milano”[8].
Il Naviglio da Gavardo raggiungeva Brescia, toccando i territori di Prevalle (già Goglione Sopra e Goglione Sotto), Paitone, Nuvolento, Nuvolera, Bedizzole, Mazzano con Molinetto, Ciliverghe, Rezzato, Castenedolo, Botticino Sera, Caionvico, S.Eufemia, Brescia, Borgosatollo, Montirone, Poncarale. I ponti di Gavardo, di Bolina e di Pradavaglio e di S.Giacinto in S.Eufemia della Fonte erano ad arco a tutto sesto, per consentire il passaggio dei natanti.
Raggiunta Brescia, al Canton Mombello, in località una volta chiamata Porto di S.Matteo, il canale piegava verso San Zeno Naviglio e raggiungeva la località Chiaviche di Bagnolo; proseguiva poi attraversando il territorio di Ghedi e di Isorella e, raggiunto Canneto, si gettava nell’Oglio. Tuttavia la parte più a sud era considerata una tratta a sé.
Nel 1866 in località Bargnana di Piffione, frazione di Borgosatollo, per indicare con precisione i confini del Naviglio Grande, venne messa un lapide con la scritta “Termine del Naviglio Grande Bresciano” sopra la faccia a est e “Inizio del Naviglio Inferiore” su quella ad ovest. Il confine del Naviglio Grande Bresciano, dunque, non superava Piffione.
Nato come canale per la navigazione, il Naviglio vide restringersi questa funzione, come scrive Balestrieri, alla semplice “fluitazione dei legnami, servienti al graduale ampliamento delle costruzioni nella Città di Brescia”. Fluitazione che veniva fatta nella stagione invernale, e fino a marzo, con “zattere trascinate da cavalli sulla strada alzaia”. Le zattere “traducevano i legnami provenienti dalla Val Sabbia e dalla Valle del Caffaro”, che venivano scaricati alle varie razziche di Rezzato, S.Eufemia e di S.Polo, ed infine al Porto S.Matteo. “La fluitazione dei legnami – scrive Balestrieri - ebbe termine nell’anno 1841?[9].
Sin qui i tratti principali, storici e geografici, del Naviglio.
Va aggiunto che un collegamento traversale, quasi la base di quel triangolo isoscele formato dai due rami del Naviglio, con vertice a Canton Mombello, esisteva tra Sant’ Eufemia e San Polo. In un documento del 1628 del “Consiglio speciale” si parla della “Rassega fuori la terra di S.Eufemia per cui si conducono le borre alla rassega di S.Polo”.
“La delibera citata si riferisce, evidentemente, - fa osservare Pier Aldo Zanelli – al fosso denominato tuttora Rassegotta, o anche vaso Cerca, che in località S.Eufemia, all’altezza del pastificio Rapuzzi, si stacca dal Naviglio per raggiungere il territorio di S.Polo, dove esisteva un antico opificio, animato dalle acque di quel canale”.
E a proposito di opifici, va ricordato che le acque del Naviglio non servirono, nei secoli, solo alla navigazione, ma all’irrigazione dei territori attraversati e come forza motrice per numerose attività: mulini di grano, magli di ferro, segherie di legnami e di pietre, torcitoi e filatoi di seta.
L’uso delle acque, acquisite attraverso le “bocche” era regolamentato. Già nel “Registrum Contarenum” del 1462 veniva normato il “modo” di accedere alle bocche e l’elenco degli intestatari.
Nello Statuto del 1846 vengono indicate, tra le altre, la “Bocca della Razzica” a S.Eufemia, che fino a qualche anno fa animava il Pastificio Rapuzzi ed il Cotonificio Schiannini a S.Polo. Le acque di questa bocca contribuivano alla portata delle bocche “S.Pola”, “Piffiona”, “Calcagna”, “Serioletto” e “Avogadra” sino ai territori di S.Zeno Naviglio e di Poncarale. Anche in questo caso si può valutare l’importanza di questo collegamento trasversale, che regimentava le acque e consentiva, tra l’altro, di scaricare le piene che, provenienti dalla Val Carrobbio e dalle valli di Botticino, angustiavano le locali popiolazioni.
Le bocche “Musia”, “Musiolo” e “Colpana”, dopo essere state di vari assegnatari, tra i quali i Colpani, vassalli a S.Eufemia dei Benedettini, erano passate, come tutte le proprietà del Monastero, all’Ospedale Civile di Brescia. Infine, va ricordato che a seguito dell’opera di tombinatura del Naviglio da S.Eufemia a Brescia le bocche “Filatoio” a mattina e “Filatoio” a sera, che animavano due filatoi nell’abitato di S.Eufemia sono state soppresse.


Note

[1] Giancarlo Piovanelli – Piercarlo Morandi – Il monastero benedettino e la parrocchia di S.Eufemia della Fonte dalle origini ad oggi”. Brescia - 1985

[2] Confrontare il Chronicon di Jacopo Malvezzi per l’anno 1320.

[3] Confrontare Mommsen 242-4436 e 575-4769 e Bottazzi – Le chiusure di Brescia e la Bassa Val Trompia a pag.21 e don Antonio Masetti Zannini,- Numero unico su S.Polo – 1954 a cura della locale parrocchia.

[4] Pier Aldo Zanelli – Il Naviglio Grande – Dalle acque del Chiese al più antico canale del Bresciano – edizione per iniziativa del Consorzio di bonifica Università del Naviglio Grande Bresciano 

[5] Geometra Enrico Balestrieri – Memoria sulle origini e le vicende del canale Naviglio Grande Bresciano – Edito a cura del Collegio dei Geometri della Provincia di Brescia 

[6] Zanelli, op.cit. 

[7] Zanelli, op.cit.

[8] Balestrieri, op. cit. 

[9] Balestrieri, op. cit.

Cronologia essenziale sul monastero di San’Eufemia

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Cronologia Essenziale

IV secolo a.C. - I Celti varcano le Alpi e penetrano nella pianura padana. Si stanziano ai piedi del Colle Cidneo, in direzione sud (aree poi occupate dal Capitolium e da S. Salvatore).
225 a.C. - Cenomani alleati di Roma.
222 a.C. - Fine della guerra gallica. Gli Insubri sconfitti a Corteggio (Pavia).
218 a. C. - Piacenza e Cremona colonie latine.
200 a.C. - I Cenomani, alleati degli Insubri contro i Romani, incendiano Cremona e Piacenza.
186 a.C. - Alleanza tra Cenomani e Romani. Resta una distinzione culturale tra Romani e Cenomani.
89 a.C. - Brixia eretta a colonia latina – Divinità romane venerate accanto a quelle celtiche.
8 a.C. - Sul colle Cidneo viene costruito il tempio del Genius Loci della Colonia Civica Augusta Brixia.
568-596 - Brescia sede di un ducato longobardo.
761 - E’ citata la chiesa di S. Eufemia (”forse sull’area dell’odierna S. Eufemia – vedi: “Volto storico di Brescia” – ed. Grafo).
1008 - Il vescovo Landolfo II fonda il monastero di S. Eufemia della Fonte.
1372 - Citata la chiesa dei SS Simone e Taddeo nel monastero di S. Eufemia.
1405 –1410 - Costruito il chiostro di S. Afra -
1426 - Brescia si sottomette a Venezia.
1508 - Teofilo Folengo nel convento benedettino di S. Eufemia – Leonardo da Vinci a Brescia?
1534 - Teofilo Folengo torna nel monastero di S. Eufemia. Nicolò Tartaglia pubblica Nova scentia.
1544 - Giovanni Bracesco pubblica “Dialogo d’alchimia”.
1563 - Nasce l’Accademia degli occulti.
1567 - Bartolomeo Arrigo scrive “Meteoria o Meteorologia”.
1604 - Il monaco Benedetto Castelli si trasferisce a S. Faustino per essere vicino a Galileo. Fonda l’Accademia degli Erranti.

Cenni storici sul monastero di Sant’Eufemia

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(tratti dagli studi di Mario Bertoli)

Il monastero benedettino di S. Eufemia viene fondato nel 1008 dal vescovo Landolfo II.

Nel territorio bresciano esistono già altri monasteri benedettini, il più famoso dei quali è quello di Leno, di fondazione papale.

Il monastero viene in un primo tempo dedicato a S. Paterio e poi a S. Eufemia.

Già con le prime donazioni il possesso del monastero comprendeva i territori vicini di Caionvico, Rezzato e Castenedolo.

I monaci controllavano il piccolo porticciolo di S. Polo, in prossimità delle “sablonere”, che serviva a caricare la sabbia da portare a Brescia (porticciolo di Torlonga) via acqua.

Nel 1085 le proprietà di S. Eufemia si arricchiscono di beni a Toscolano e Gardone Riviera. E’ segnalata anche una chiesa di S. Nicola presso il colle Degno (Maddalena). Nel territorio del monastero è attivo un ospedale, detto di S. Giacomo, in Castenedolo, detto anche di Buffalora, situato per la precisione sulla strada fra Rezzato e Castenedolo.

Nel 1123 il papa conferma al monastero i beni del borgo di S. Eufemia, la Franciacorta, la riviera gardesana e le valli.

Nel 1405-1410 viene costruito il chiostro di S. Afra e i benedettini si trasferiscono in S. Eufemia entro le mura.

Per il monastero fuori le mura inizia la decadenza.

Vista dall’alto del monastero benedettino di Sant’Eufemia (fondato nel 1008)

La peschiera, ovvero la vasca nella quale i monaci raccoglievano le acque sorgive per l’allevamento dei pesci.

Brixia, la magia di Bergimo

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Alberto Albertini, in “Brixiana (Ateneo di Brescia, 1973) scrive del nome antico della città (Brixa, al quale si è aggiunto il suffisso aggettivale “ia”) e ipotizza che Brixia fosse una divinità delle acque. Albertini scrive di aver trovato menzione in alcuni dizionari dell’antichità di una dea di nome Brixia e di averne rinvenuta traccia anche in iscrizioni della Gallia transalpina, nel territorio dei Sequani, e precisamente a Luxovium (odierna Luxeuil - le - Bains), situata nelle propaggini meridionali dei Vosgi.

Nelle iscrizioni Brixia o Bricia era associata a Luxouio o Lussoio, divinità protettrice delle fonti.

“Tutta la mia ipotesi crollò - scrive Albertini - quando nell’Anée épigraphique (…) appresi che nell’incisione (…) si leggeva ora Brictae, non Briciae, e che era stato trovato un frammento, che secondo il Léret era probabilmente una parte dell’altra iscrizione (…) nel quale si leggeva Brixtae, non Brixiae … . Il nome della paredra di Luxovius pareva irrimediabilmente Bricta/Brixta, non Brixia”.

Fatta la doverosa precisazione, Albertini scrive: “Di tutta l’ipotesi, ormai priva d’un sostegno tanto importante, può tuttavia, io credo, rimanere che il nome latino di Brixia (la città romana) sia, previa assunzione del suffisso ia, un derivato dal nome (divino) di una fonte, risalente allo strato linguistico e culturale “ligure”, che trova corrispondenza con testimonianze archeologiche che fanno dei “Liguri” i più antichi abitanti del luogo. Può anche rimanere che il carattere del luogo sia stato nell’età preromana di centro religioso e che questo carattere sia stato rispettato anche quando fu organizzata la colonia (fittizia) latina nell’89 (come spiegare altrimenti un monumento come il tempio cosiddetto dell’età repubblicana?, che ha tutta l’imponenza e tutto il carattere di un grande santuario, capace di richiamare anche per le proporzioni il santuario prenestino della Fortuna?) e anche più tardi quando fu costituito il municipio di cittadini romani e poi la colonia augustea, ma attenuatosi per quanto riguarda i culti preromani, con l’avanzarsi dell’età imperiale in modo diverso e più romano fu il carattere del Capitolium flavio. Ma anche questo aveva una quarta cella, di destinazione oscura”.

Torniamo a Brixta o Bricta.

Brixta, nella lingua del Galli cisalpini significava magia.

La paredra di Luxovius, divinità epicoria termale, è pertanto la magia: la Magia di Luxovius.

A Brescia, l’antico nome della città è associato a quello del dio Bergimo, divinità montana, che Albertini associa tuttavia anche alle acque. “Ricordavo anche – scrive Albertini - che una delle iscrizioni (CIL, V, 4981) era stata trovata sub ruinis aquarum Var [r]onis, ossia ai piedi della cascata del Varone, che si precipita per ottanta metri nell’orrido ben noto (distante circa tre chilometri da Riva) e mi sembra giustificata l’ipotesi che anche Bergimo fosse una divinità delle acque e che Brixia gli fosse associata”. Brixia (Brixta), la Magia di Bergimo?

Immagine di Bergimo tratta dal Giornale di Brescia

In un ambiente di servizio del Tempio Capitolino, al di sotto di palazzo Pallaveri, durante gli scavi effettuati tra il 1992 e il 1998 sono stati rinvenuti, tra gli altri numerosi reperti, frammenti appartenenti ad un’unica coppa con orlo leggermente ingrossato con l’effigie di Bergimo (l’unica finora esistente).
Sui frammenti, studiati da Elisabetta Roffia, funzionario della Soprintendenza archeologica della Lombardia, è incisa, come riporta il
Giornale di Brescia, in data 29 maggio 2003 (pagina 27), “la porzione superiore di una figura maschile nuda, in posizione frontale, ottenuta attraverso piccoli punti ravvicinati che danno l’effetto di una linea continua. L’uomo raffigurato presenta sul capo due elementi ricurvi, interpretabili probabilmente come una falce di luna e indossa una collana con pendaglietti. Il volto è caratterizzato da grandi occhi ovali dall’iride nettamente incisa, sormontati dalle lunghe sopracciglia che formano una linea continua con il profilo del naso. La piccola bocca è resa con due linee parallele chiuse alle estremità da due puntini sovrapposti. I capelli scendono ai lati del viso fino all’attaccatura del collo; sopra la spalla sinistra sono visibili le estremità superiori di due frecce terminanti con ampie punte triangolari. A sinistra della figura è incisa un’iscrizione in chiare lettere capitali, incompleta ma integrabile con sicurezza: vi si legge Bergim(us)”.

Bergimo, come viene precisato nell’articolo citato a firma dei Civici Musei di Brescia, “era una divinità preromana, probabilmente cenomane, comune a Brescia e a Bergamo benché, sino ad oggi, attestata solo da tre iscrizioni tutte provenienti dal territorio bresciano e datate tra la fme del I secolo a.C. e il II d.C.: due sono conservate al Museo Maffeiano di Verona, una presso i Civici Musei di Brescia. Il culto di questa divinità doveva essere di carattere popolare, particolarmente diffuso ed importante”.

“La tipologia della coppa, la tecnica e lo schema decorativo – fa notare l’articolo a cura dei Civici Musei - riconduono il manufatto ai primi decenni del III secolo d.C., nell’ambito di ma produzione che doveva avere come centro la città di Colonia, in Germania. Questa collocazione cronologica testimonia inoltre la continuità del culto di Bergimus nel territorio bresciano fino al III secolo d. C., oltre i termini cronologici precedentemente attestati dalle epigrafi note”.

Brixia e Suindunum, il brivido del motore

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La patria d’origine dei Cenomani e la colonia cisalpina hanno la stessa passione: l’automobilismo 
A Brescia si corre la storica “1000 Miglia” e a Le Mans la famosissima “24 ore”

Nel monastero di S.Eufemia della Fonte è in allestimento il museo delle 1000 Miglia, la storica corsa famosa nel mondo e nell’area di S.Eufemia, come abbiamo scritto sul numero 13 di Apiarium, c’era uno dei più importanti luoghi sacri della Gallia cisalpina.

Che legame ci sia fra i due fatti è presto detto.
Brescia, come è noto, è stata fondata dalla popolazione celtica dei Cenomani, la quale, muovendo dalla regione francese attorno all’odierna Le Mans, giunse nell’Italia del Nord verso la fine del V secolo a.C., stanziandosi nei pressi del lago di Garda, tra i fiumi Oglio, Po e Adige.

Tradizionali alleati dei romani, i Cenomani li appoggiarono nel 225 contro i Galli Boi (Bologna) e gli Insubri (Milano) e nel 218, durante la seconda guerra punica, contro Annibale.

Intorno al 200 a.C., però, parteciparono a una rivolta antiromana fomentata dal cartaginese Amilcare, rapidamente domata dai consoli Quinto Minicio Rufo e Caio Cornelio Cetego. Quest’ultimo trionfò proprio su Insubri e Cenomani, che furono così progressivamente romanizzati, fino a ottenere nell’89 a.C. la cittadinanza latina e nel 49 a.C. quella romana, ed essere successivamente inclusi nella X regione dell’Italia augustea.
La loro capitale, l’odierna Brescia, fu colonia latina, poi municipium e venne successivamente rifondata da Augusto col nome onorifico di Colonia Civica Augusta Brixia, ove stanziò numerosi suoi veterani.
Se Brescia cenomana è sede di una delle più famose corse automobilistiche del mondo, Le Mans, patria d’origine dei Galli che fondarono Brixia, non è da meno. Le Mans, infatti, città della Francia settentrionale, 145 mila abitanti, capoluogo del dipartimento che prende il nome dal fiume Sarthe, è un importante nodo ferroviario, con industrie che producono autoveicoli, macchine agricole, materiale rotabile, derivati chimici, tessuti e generi alimentari. La città è sede di un’università. Gli edifici principali del centro storico sono la cattedrale di San Giuliano, che risale al secolo XI, e la chiesa di Notre-Dame-de-la-Couture, del X secolo. Ma la fama della città è legata principalmente al suo circuito automobilistico, dove annualmente si corre la gara detta “la 24 ore di Le Mans”.

Fondata dai Cenomani, con il nome di Suindunum (Vindunum), venne occupata da Guglielmo I il Conquistatore nel 1063 e fece parte del regno d’Inghilterra fino al 1451. Tornò alla Francia verso la conclusione della guerra dei Cent’anni (1337-1453), durante la quale subì ripetuti assedi.
La città fu contesa anche nel periodo delle guerre di religione e in seguito venne occupata in due occasioni dai tedeschi: la prima durante il conflitto franco-prussiano (1870-1871) e la seconda durante l’ultima guerra mondiale.

Brescia e Le Mans, Brixia e Suindunum, dunque, legate da una passione comune: l’automobilismo.

A San Polo le culture dela Vaso Campaniforme e di Polada

Archiviato in: Brescia e i bresciani — Vate @ 3:12 pm

A S. Polo nuovo, tra la via Tiepolo e la Ferrovia Milano-Venezia sono stati rinvenuti insediamenti della cultura del Vaso Campaniforme, della Cultura di Polada, materiali sporadici di età romana e resti di strutture tardoantiche.

“A seguito di opere di urbanizzazione intraprese dal Comune di Brescia a S. Polo, in un’area agricola alla periferia della città, è stato individuato un insediamento databile al Bronzo Antico. Tra i materiali recuperati nel corso dei sondaggi, eseguiti dalla Soprintendenza nel 1994 allo scopo di delimitare l’area archeologica, sono presenti frammenti di ceramiche d’impasto decorate da cordoni lisci e digitati, recipienti con caratteristiche anse a gomito, schegge di selce locale e una tavoletta enigmatica in terracotta. Il complesso è inquadrabile nella facies culturale di Polada. In un lotto contiguo è stata individuata una zona con buche di palo e materiali archeologici riferibili alla cultura del Vaso Campaniforme. Sono stati recuperati diversi frammenti di bicchieri campaniformi decorati per lo più in stile “internazionale”. Il resto dei materiali ceramici rientra nella classe della BegleitKeramik, con aspetti formali e decorativi simili a quelli di S. Ilario d’Enza (RE). Numerose schegge e qualche nucleo attestano la lavorazione di selce locale che si rinviene, sotto forma di liste, nella formazione calcarea chiamata localmente medolo. E’ presente anche un tipico elemento di falcetto con caratteristica usura lucida che testimonia la pratica di attività agricole. Sono venuti alla luce infine anche tratti di strutture murarie in blocchi di medolo posati a secco con frammenti laterizi di reimpiego, conservate solo per uno o due corsi e senza tracce di relativi piani d’uso. Esse sono probabilmente riferibili a sistemazioni agricole di età tardoantica. Sporadici materiali di età romana sono stati recuperati fuori contesto nei livelli agricoli, tra cui frammenti di oggetti in vetro, di ceramica comune e una moneta del IV secolo dopo Cristo”.

Carta archeologica della Lombardia - Brescia. La città. Edizioni Franco Cosimo Panini.

Il monastero di S.Eufemia oltre il millennio

Archiviato in: Brescia e i bresciani — Vate @ 3:11 pm

Gli affreschi di S.Paterio e della casa dell’abate testimoni della storia dell’antica abbazia
I dipinti da scoprire nella chiesa parrocchiale e il mistero della tomba degli abati sotto la sacrestia

 

Affreschi, dipinti nell’arco di un periodo che va dal mille al 1.400, emergono, in stato di cattiva conservazione e bisognosi di interventi conservatiti e restaurativi, dalle pareti della chiesa di S.Paterio e dalla casa dell’abate del monastero di S.Eufemia, ora, in gran parte, destinato al museo delle 1000 Miglia.
Gli affreschi sono documentati dal paziente lavoro, durato oltre quarant’anni, di Mario Bertoli, di volta in volta coadiuvato da Luigi Sportelli, Arturo Crescini, Angelo Caravaggi. Il monastero è composto di vari corpi di fabbrica, i più antichi dei quali riguardano la chiesa di San Paterio (XI secolo) e la casa dell’abate (XI-XIII secolo). Queste due parti, che si affacciano sul Parco delle rimembranze, sono quelle più a est dell’intero complesso e attualmente non sono ancora state interessate ai lavori di sistemazione intesi a creare i locali per il museo della storica corsa bresciana.
Della chiesa abaziale di San Paterio rimane la sola abside, alla quale, nel 1477, fu aggiunta una “ecclesiola nova” di 32 pertiche di muro costruito sulle rovine. La costruzione fu decisa per proteggere le spoglie mortali del santo, che riposavano nella cripta e che furono traslate in S.Eufemia entro le mura della città nel 1478. Il crollo della chiesa abaziale è probabilmente dovuto ai terremoti che devastarono S.Eufemia: uno del 1064, del nono grado della scala Mercalli; l’altro del 1197.
Nell’abside Mario Bertoli ed il gruppo degli appassionati ricercatori di S.Eufemia hanno scoperto e documentato, ancora molti anni fa, la presenza di importanti affreschi che datano dall’XI al XIII secolo. Particolarmente interessante una soasa del ‘400 con l’immagine del Cristo attorniata da angeli.

 

Gli affreschi della casa dell’abate. Particolare di una foto in bianco e nero di Mario Bertoli (1961) e ricostruzione in un disegno di Luigi Sportelli.

Per quanto riguarda la casa dell’abate, questa ha già riservato gradite sorprese, con la scoperta di un manufatto circolare in pietra situato a est della cappella che dà sulla via Indipendenza. Manufatto che è stato risepolto dopo il ritrovamento (forse valeva la pena di restituirlo alla vista, inserendolo nel contesto museale). Nello stesso luogo, nell’Ottocento, era stata rinvenuta un’ara di Bacco.
Da fotografie degli anni Sessanta, scattate in bianco e nero da Mario Bertoli, emergono affreschi sia all’esterno, sia all’interno della casa dell’abate. Affreschi che altri quarant’anni di incuria hanno ulteriormente danneggiato e che, tuttavia, non sono del tutto persi.
La parte più antica del monastero, dunque, ci regala sprazzi di luce della sua storia. Sprazzi che andrebbero conservati, per riportare alla memoria le vicende del monastero benedettino, voluto dal vescovo Landolfo II nel 1008 e del quale, fra poco, si dovrebbe (è sperabile) celebrare il millennio con adeguate manifestazioni.
Ma le sorprese non sono finite. Qualche tempo fa nella chiesa parrocchiale di S.Maria ad Elisabetta (anch’essa chiesa del monastero, costruita in sostituzione di quella di San Paterio, crollata) sono stati ritrovati dei pregevoli affreschi. Negli scorsi anni, accanto all’organo, ne era stato individuato uno di notevole interesse, del quale era stata riportata alla luce una parte raffigurante un frate. La scoperta è documentata da una fotografia di Mario Bertoli, mentre il frate è stato rimesso in sonno sotto una mano di pittura. Forse varrebbe la pena di andare a vedere. Così come varrebbe la pena di andare a vedere sotto la sacrestia, dove, negli anni Sessanta, un’ispezione sommaria, fatta con torce elettriche e senza nulla toccare, ha identificato un’interessante sepoltura: cadaveri sepolti seduti, così come si usava per gli abati. Il 7 marzo del 1580, in occasione della visita pastorale di S.Carlo Borromeo a S.Eufemia venne inviato quale convisitatore il suo vicario, canonico Luigi di S.Pietro. Nel suo verbale egli scrive, tra l’altro, del cimitero, che dice essere ubicato presso la chiesa e recintato. Il cimitero dei monaci sarebbe, dunque, sotto il piazzale antistante la chiesa parrocchiale e non è improbabile che a est dello stesso, sul suo confine, ma dentro le mura della chiesa, fossero sepolti gli abati.
Il monastero, dunque, a mille anni di distanza, continua ad essere un insostituibile punto di riferimento per Sant’Eufemia, ma sarebbe interessante riscoprirne l’importanza (e non fu poca) che ebbe nella storia di Brescia e della sua provincia. In questo senso, la chiesa di San Paterio (quantomeno quel che ne resta) e la casa dell’abate si propongono oggettivamente come un museo nel museo.

Lacerto di affresco nella chiesa abbaziale di S.Paterio in Sant’Eufemia (archivio Bertoli)

Affreschi nella chiesa abbaziale di S.Paterio in Sant’Eufemia (archivio Bertoli)

Particolare dell’affresco della chiesa abbaziale di S.paterio in Sant’Eufemia (archivio Bertoli)

Affresco affiorato nella chiesa parrocchiale, accanto all’organo e documentato da una foto di Mario Bertoli. L”affresco è stato coperto ed è attualmente non visibile.

Particolare della chiesa abbaziale di S.Paterio. In evidenza la parte dell’abside e la successiva costruzione della fine del ‘400.

Vista d’insieme dell’interno della chiesa di S.Paterio.

Particolare degli affreschi della chiesa di S.Paterio.

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