Silvano Danesi

Febbraio 10, 2016

Teofilo Folengo, benedettino esoterico

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Teofilo Folengo (Merlino Cocaio), fu monacato il 24 giugno del 1509 nel convento di Sant’Eufemia (entro le mura), dove soggiornò anche nei periodi dal 1508 al 1511 e dal 1519 al 1520, mentre fu a Sulzano dal 1536 al 1538.

A quel tempo il benedettino François Rabelais, che fu medico nell’ospedale di Lione dal 1532 al 1543 e autore di “Gargantua e Pantagruel”, testo che molti ritengono iniziatico ed esoterico, frequentava le sponde del Lago d’Iseo, dove ebbe modo di incontrare il suo confratello Teofilo, autore di quel Baldus, scritto in latino maccheronico, tra le righe del quale si possono intravedere elementi di esoterismo di notevole interesse.

Teofilo Folengo si interessò all’astrologia, alle pratiche magiche popolari e agli amuleti. Fu insomma un benedettino dagli interessi esoterici e dalle simpatie riformiste. La Riforma piaceva anche a Rabealis, che alcuni autori vorrebbero iniziato ai Rosa Croce o addirittura Templare.

Yule, il sole che rinasce

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Natale giunge a ricordarci i tempi della nascita e della rinascita: nascita del mondo e rinascita ciclica della vita.
In tutte le tradizioni troviamo spiegazioni mitopoietiche di come il mondo è nato e a queste spesso si accompagnano riti, festività, celebrazioni sacre.
Quasi sempre il Natale è associato alla rinascita del sole, e quindi al periodo solstiziale d’inverno.
Per stare alle tradizioni a noi più vicine, la Yule era la festa con la quale i Celti celebravano il sole nella “strettoia” del suo passaggio dal ciclo discendente, iniziato con il solstizio d’estate, a quello ascendente.
In epoca romana le festività natalizie cadevano nel periodo dei Saturnali, che si svolgevano tra il 17 e il 23 dicembre. Alcuni associano Saturno a Kronos, quindi al tempo, al divenire, che è la misura dell’epifania dell’Essere e il suo limite; altri hanno individuato nella possibile comune radice indoeuropea sat il parallelo con il dio vedico Satyavrata-Vaisvaswata, uno dei dodici Aditya che porta agli uomini il Veda, ovvero la Rivelazione primordiale mediante la quale, secondo il primo capitolo della Genesi, tutte le cose sono state create.
Un’altra radice del Natale è da ricercarsi nel Mithraismo, sviluppatosi con l’incontro con l’astrologia caldaica e arrivato a noi portato dai soldati romani. Mithra è il sole, che coopera con il Bene nella lotta contro il Male. Il Natale del Sole invitto fu fissato dall’imperatore Aureliano per il 25 dicembre, ricorrenza sulla quale si innestò poi la tradizione cristiana.
Questi alcune delle tradizioni che si richiamano soprattutto alla ciclicità della nascita.
Dei testi che invece parlano della nascita del mondo, ne offro alla vostra meditazione due: l’uno della tradizione abramica, alla quale si ispirano le tre grandi religioni del libro; l’altro della tradizione vedica.
“In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era una massa senza forma e vuota; le tenebre ricoprivano l’abisso, e sulle acque aleggiava lo Spirito di Dio. Iddio disse: “Sia la luce”: e la luce fu” (Genesi).
“Non v’era allora né l’essere né il non essere,
non v’era né l’aria, né il cielo di sopra.
Che cosa dunque esisteva? E dove? Sotto la guida di chi?
Era forse l’abisso inscandagliabile delle acque?
Non v’era allora né morte né non morte;
né alcuna separazione tra giorno e notte.
Senza fiato respirava l’Uno per forza propria.
Nulla all’infuori di lui esisteva, e nient’altro!
Regnavano alle origini le tenebre ricoperte dalle tenebre,
quest’universo altro non era che onda indistinta.
Fu allora che, per forza del Kama (l’Ardore primordiale), l’Uno stesso nacque, vacuo principio ricoperto di vacuità”. (Rig-Veda X.129).
Da Oriente a Occidente.
Gli indiani d’America pensavano che Manitu, l’antenato della sacra pipa, prima della creazione del mondo vagasse su una distesa di acque, gridando e digiunando, in cerca del luogo dove sarebbe sorta la terra. Chiamò a raccolta le creature che già esistevano e la tartaruga riuscì ad individuare la Terra sotto le acque cosmiche. Manitu seccò la creta con la sua pipa e creò così il mondo visibile.
Per gli indiani fumare la pipa significa dunque ri-creare il mondo, in una cerimonia di rigenerazione. Un Natale d’altri luoghi, legato alla prima scaturigine della vita e al rinnovarsi ciclico della stessa.

Teutates, il dio della tribù

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Brixia, con la sua area sacra di S.Eufemia dedicata a Mercurio, era uno dei centri spirituali più importanti della Gallia cisalpina, se non il più importante.
Mercurio è una divinità romana assimilabile all’Hermes greco, ma sotto i panni del dio con il caduceo, protettore del commercio e simbolo del benessere e della mercatura, si nasconde, secondo molti autori, il Lug celtico.
Non manca però chi sotto i panni del dio alato vede il celtico Teutatès, a cui, per assonanza, viene associato l’egizio Theut (Thoth), oppure Ogmios, al quale peraltro vengono assimilati Eracle-Ercole e Vulcano. Divinità, quest’ultima, alla quale i Galli cenomani erano particolarmente devoti, così come i loro cugini Insubri, tanto da dedicargli un tempio e da far assurgere Brixia al ruolo di centro più importante del culto ad esso relativo.
C’è grande confusione nel pantheon celtico quando a guardarlo sono i latini, i quali tentano di dare ai vari attributi di un unico dio nomi che di volta in volta riguardano divinità a loro famigliari.
Così troviamo Ogmios-Ercole-Vulcano apparentati a Mercurio, quando Ogmios è piuttosto l’altra faccia del Dagda, il dio buono con la clava, il Sucellus che regola la morte e la rinascita. Un dio padre più vicino a Giove, la cui figlia Brigit-Morgana è simile a Minerva.
Il Dagda-Giove è assimilato a Taranis (il tonante, il Thor norrenico), che troviamo accomunato a Teutatès e ad Esus (il taglialegna, l’uomo dei boschi, detto anche il molto buono).
Teutatès, come si vede, viene indifferentemente accomunato a Mercurio e a Giove, ma non è questa l’unica confusione.
Tra le tante interpretazioni, epiclèsi, rinominazioni delle divinità celtiche, quella di Teutatès o Toutatis è tuttavia la meno soggetta a confusioni. Teutatès è infatti il dio protettore della tribù, il padre del popolo e non è dunque sorprendente trovarlo di volta in volta accomunato a Marte, a Mercurio o a Giove.
Poco ha a che fare, invece, Teutatès con il dio egiziano Theut o Thoth, assimilato a Mercurio o all’indù Ganesha in quanto dio che presiede alle arti e alle scienze sacre.
Teutatès è semplicemente il Genius Loci ed è pertanto, per i bresciani, più corretto associarlo al dio Bergimo, al quale i Galli cenomani avevano innalzato una statua sul colle successivamente denominato Cidneo.
Teutatès evoca i Tuatha Dé Danann, la tribù divina della dea Dana, dove Tuatha sta per tribù, popolo. Nelle epopee irlandesi, dove il celtico e la tradizione si sono maggiormente conservati, si giurava con la formula: “Io giuro per il dio per il quale giura la mia tribù”.
Teutatès è dunque il nome della modalità che assume Dio quando si occupa di un popolo e rappresenta, come le molteplici denominazioni delle altre modalità di Dio, il passaggio dall’assoluto al relativo.

Streghe e serpenti camuni

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Fate, streghe, serpenti che vivono nelle viscere della terra, gatti che ingigantiscono e giganti antropomorfi, sono gli abitanti del mondo leggendario camuno e popolano i campi, i boschi, la malghe della Valcamonica, temuti ed amati ad un tempo dalle genti del luogo, che ora, coinvolte dal progresso tecnologico, hanno in gran parte dimenticato il loro immaginario collettivo o lo hanno relegato nel ristretto cantuccio delle curiosità.
Sono in pochi a ricordarsi che nelle malghe della Val Saviore di notte si sentiva lo scalpiccio di due zoccoletti che si avvicinavano, ma quando si apriva la porta, per andare incontro agli zoccolanti, taceva ogni rumore e non si scorge anima viva.
Si racconta che nella Malga di Adamè, a mezzanotte in punto, entrava per la porta una vecchia signora, la quale faceva girare la caldaia sul perno e poi si ritirava. Nessuno ha mai osato interrogarla e quindi di lei ben poco si sa, ma non è improbabile che fosse una Silvana, abitatrice dei boschi ed esperta nelle arti casearie e domestiche.
Tra Ponte e Saviore c’è un prato che si chiama “il gatto”. La tradizione vuole che in quel luogo un cacciatore che perdeva messa ogni festa per cacciare la selvaggina abbia visto un gatto nero, che diventava sempre più grosso; gli sparò, ma inutilmente. Il gatto ingrossava a vista d’occhio e roteava i suoi occhioni grigi verso il disgraziato cacciatore. Fu tale la paura che questi morì sul posto poco dopo.
In un bait tra Cevo e Saviore si dice abitasse una strega fantastica, chiamata dai più la donna del giogo. C’è chi sostiene che dal bait uscissero canti, urli, suoni come durante una giostra. Chi avesse osato avvicinarsi avrebbe visto un lume in basso quando si trovava in alto e in alto quando si trovava in basso.
Si dice anche che sotto la Capella dell’Androla, a Cevo, ci siano delle cave di rame esaurite e ridotte a un intrico di caverne e gallerie profonde ed orribili. La leggenda vuole che nelle caverne e nei cunicoli si fosse stabilito un serpente dall’anello d’oro, che condivideva la ctonia abitazione con un popolo di streghe.
Queste fantastiche creature uscivano durante i temporali e ballavano sotto le intemperie, sui prati dell’Androla, le più strane ridde infernali.
Anche a Corteno, come del resto in quasi tutti i paesi della valle, si narra di rifugi dei “pagani”. Nella costa vicina alla chiesa parocchiale esistono delle gallerie sotterranee, forse adatte ad un antico castello, dove i Pagà si rifugiavano e dalle quali sortivano per fare delle razzie sui viandanti e sui “poveri cristiani” di Pisogneto.
I Pagà erano omaccioni dalle forme erculee e la tradizione popolare vuole che S.Carlo Borromeo, in visita a Corteno, riuscisse ad ammansire quei giganti (evidente l’allegoria relativa alla cristianizzazione dei pagani della valle). Da allora le gallerie furono abbandonate alla fantastica congiura delle streghe (ossia a chi, rifiutata la cristianizzazione, si era appartato in luoghi inaccessibili ai più).

Stampatori bresciani del ‘400

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Tra le molte assonanze tra le due capitali spirituali dei Celti: Brescia per la Gallia Cisalpina e Lione per la Gallia Transalpina, c’è anche quella dell’essere, ambedue le città, sedi di pregevoli e notissimi stampatori, in un’epoca, la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, che vedeva la stampa ai suoi albori.
A Lione operavano gli Estienne, stampatori imparentati con i più bei nomi dell’editoria parigina. Charles Estienne (1504-1562) fu il primo cospicuo esempio in terra francese di poligrafo cinquecentesco, mentre Robert Estienne (1503-1559) fu tra i più prestigiosi stampatori dell’epoca e divenne l’editore delle opere di Calvino. Per lui un certo signor Garamond disegnò dei caratteri speciali, che per la loro forma e la loro grazia hanno superato i secoli e sono ancora oggi in uso nelle tipografie di tutto il mondo.
Nello stesso periodo Brescia era famosa nell’arte della stampa e, come ricorda Gabriele Rosa, in città operavano “sin dal 1470 diverse buone tipografie, mentre non ne esistevano ancora in altre delle più fiorenti e colte città d’Europa”.
Tra questi stampatori vorremmo solo ricordare Giovanni Paoli, che presto emigrò nel Nuovo Mondo, diventandone lo stampatore per eccellenza, e Bonino Boninis (1450-1528), il quale apprese a Venezia l’arte della stampa, che esercitò prima a Verona, in una modesta bottega, e poi a Brescia, per nove anni, dove ammodernò gli impianti e stampò all’incirca una trentina di edizioni. Tra le opere pubblicate dal Boninis va ricordata la Commedia di Dante, messa sotto i torchi il 31 maggio del 1487. L’edizione bresciana della Commedia è la prima largamente illustrata con sessantotto xilografie in legno che si ricollegano alla corrente artistica dei carmelitani e specialmente a Giovanni Antonio da Brescia (Enciclopedia Bresciana). Nell’occasione della edizione della Commedia per la prima volta Boninis usò la marca editoriale.
Nel 1490 o ‘91 il Boninis lasciava Brescia per stabilirsi a Lione, dove continuò la sua attività editoriale facendo anche l’informatore politico della Repubblica veneta.
Giovanni Paoli, nato nel bresciano verso il 1505, morì a Città del Messico tra il luglio e l’agosto del 1560. E’ considerato il primo stampatore delle Americhe, verso le quali si era imbarcato con la moglie catalana e con un figlio su richiesta delle autorità spagnole.
La tipografie americana iniziò a funzionare nel 1539. La sua produzione è all’incirca di una quarantina di opere, commissionate dai vescovi spagnoli operanti nelle Americhe e destinate in gran parte all’evangelizzazione degli indios.
Due bresciani famosi, più nel mondo che da noi, come spesso accade in questa città usa a ribadire l’aforisma: “Nemo propheta in patria”.
Giovanni Paoli, infatti, nelle Americhe è considerato il padre della stampa e di Bonino Boninis e della sua opera sono a conoscenza le università degli States, tra le quali girano copie anastatiche della Commedia, con all’interno una pagina originale, come è stato anche recentemente acclarato dal bresciano Giulio Guizzi.

Saviore, merlini e giganti

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Quando a Saviore venne edificata la parrocchiale di S.Giovanni Battista, furono usate le pietre del vecchio castello. Riportando una cronaca inedita del 1812, il Morandini, nel suo “Folklore di Valcamonica” (edito nel 1927 dalla Tipografia Camuna di Breno), narra che nell’occasione, nel 1750, venne trovato uno scheletro “portentoso in grandezza le cui tibie o stinco delle gambe misurandole cogli uomini attuali arrivavano in altezza quasi alla sommità del femore, l’altra ossatura era corrispondente…”.
Il castello sotto le cui rovine venne scoperto lo straordinario scheletro, sempre secondo il cronachista riportato dal Morandini, “portava il nome di Merlino, nè altro si ha dei suoi castellani che il nome di un certo Merlilo. Quel che ci conserva la tradizione e che è verosimile nel contesto delle cose è che rimonta a lontanissimi tempi e che li Castellani erano i Signori e i Tiranni del paese e che tutto era subordinato a questi Castelli e che sia per zelo di religione o per soverchia loro tirannia vennero distrutti. Specialmente il Merlino che fu incenerito a furia di popolo con i suoi castellani, nell’incontro particolarmente di una processione, in cui i Pagani violarono e derubarono le cattoliche fanciulle, da dove si ripete l’uso di questo paese di far marciare le giovani davanti gli uomini, affine di tenerle ben sott’occhio”.
Saviore, stando alle descrizioni del cronachista d’inizio Ottocento, potrebbe essere stata la terra nella quale si ergeva il castello del Merlino, ossia la sede del capo dei druidi. Merlino, infatti, passato nella leggenda a svolgere la funzione di mago e di stregone, nella realtà del mondo celtico pre-cristiano era il titolo che spettava al capo dei druidi, ossia dei “sapienti” che si occupavano del sacro, ma anche della letteratura e della musica, della giurisprudenza e della medicina e che controllavano che il potere profano, quello regale, non oltrepassasse i confini dettati dalle assemblee annuali nelle quali venivano stabilite le leggi valide per l’anno successivo.
E’ suggestivo, pertanto, pensare a Saviore come al luogo dove si ergeva la sede del Merlino: non un castello dal terrificante aspetto, ma un centro vivo di cultura, di preparazione dei nuovi druidi e di educazione in genere della gioventù.
I druidi, per diventare tali, studiavano come minimo vent’anni e poi si specializzavano. C’era chi si occupava dei riti sacri; chi della medicina; chi della giurisprudenza; chi dei vaticini e chi della musica. I bardi, suonatori delle arpe celtiche, il cui canto è sopravvissuto ai secoli e viene oggi riproposto nelle feste popolari armoricane e irlandesi, erano anch’essi druidi.
Non sorprende, pertanto, che la distruzione del castello di Saviore e dei suoi abitanti sia stata totale, fino all’incenerimento e che l’accusa, che la leggenda ha tramandato, sia stata quella di violenza alle fanciulle cristiane. Alla morte fisica doveva sopravvenire quella del ricordo e quand’anche questo non fosse del tutto svanito doveva essere un pessimo ricordo. Vae victis è la dura legge del mondo, ma la leggenda, per quanto forzata in un’unica direzione, porta sempre con sè suggestioni evocanti e capaci di rendere giustizia. Del resto, ricordiamolo, la tradizione vuole che i luoghi sacri vengano edificati su altri luoghi sacri e forse così è stato anche per la parrocchiale di Saviore.

Samain, quando i mondi si uniscono

Archiviato in: Il pennino di Ormus — Vate @ 2:38 pm

Samain: quando il tempo si ferma e il sovrannaturale è pronto ad invadere il mondo degli umani; quando il tempo dei mortali e quello degli immortali coincidono e sono aperte le porte del cielo.
A Samain, ai cui festeggiamenti i Celti dedicavano undici giorni, fino a quello che poi è diventato il giorno di S.Martino, corrisponde oggi la festività cristiana di Ognissanti, seguita dal giorno dedicato ai morti. Due giorni nei quali i viventi, i mortali, dedicano la loro attenzione a tutti i santi, ovvero a tutti gli dei immortali e ai morti, che per aver superato l’angusto limite dello spazio-tempo, sono entrati nell’eterno presente.
Samain fine dell’estate (Sam, da cui l’inglese Summer e il tedesco Sommer) chiude il periodo iniziato il primo di maggio, festa di Beltane o Cetsamain, primo avvio della stagione estiva. Appartiene dunque a Samain ogni giorno compreso tra il primo di maggio, che segna l’inizio della stagione calda, e il primo di novembre, che ne segna la fine.
Samain segna la svolta dell’anno celtico. Il primo di novembre è così Capodanno e quindi punto di collegamento tra la luce e le tenebre, tra il bianco e il nero, tra una parte dell’anno, l’estate, ed un’altra, l’inverno; cerniera tra il mondo degli umani e il cosmo divino. Samain non appartiene né all’anno che finisce, né all’anno che comincia: è una Terra di Mezzo, dove l’Altro Mondo è onnipresente e ad esso si accede come per incanto, facilitati dal riunirsi in luoghi sacri.
Alla vigilia di Samain, nella notte tra il 31 di ottobre e il primo di novembre (i Celti contavano il tempo partendo dalle notti), era obbligatorio spegnere i fuochi, in assonanza con la luce del sole estivo che stava tramontando, poichè l’anno volgeva verso la parte dove l’oscurità prevaleva sulla parte luminosa del giorno.
Samain era anche tempo di definizione delle leggi che avrebbero governato la vita del popolo per un anno.
Samain, dunque, è tempo di riunioni e spartiacque, ma anche punto di connessione, tra la stagione calda e quella fredda e tra il mondo di qua e quello di là.
Con Samain comincia la lunga stagione invernale e finisce quella della raccolta e della semina.
Accolto nel seno della terra, il seme farà da sè. Dormirà, aspetterà il momento opportuno per riprendere la sua attività e, in primavera, tempo della rinascita, farà capolino tra le zolle per dare al mondo il segno che la vita, incessantemente, si rinnova.
Fatta la semina e quindi rimesso alla terra ciò che le era stato tolto con il raccolto, finivano anche in tempi recenti i rapporti di dipendenza tra proprietari terrieri e contadini. I salariati, a S.Martino, prendevano le loro povere cose e si trasferivano verso nuovi impegni di lavoro, che sarebbero durati un anno.
La scansione temporale dell’anno celtico ha dunque mantenuto, essendo legata ai cicli naturali, la sua valenza anche nella società agraria più recente, da poco uscita dalla nostra realtà, per rientrare nei luoghi della memoria, così come la magia dell’intrusione degli dei del Sid nel mondo dei mortali e degli uomini nel mondo dell’Aldilà si è trasfigurato nella festa cristiana nella quale si ricordano tutti i santi: Ognissanti, nessuno escluso, per non far torti e soprattutto per consentire ad ognuno di pensare, in quel giorno, all’aspetto della divinità che più sente vicino.
La porta tra i due mondi, chiusa dal sopravvenire di una cultura che non ne ha le chiavi, è rimasta aperta nelle favole, dove attraverso pertugi scavati nelle zolle o cunicoli a cui si accede da tronchi cavi, uomini buoni e cattivi entrano nel mondo delle fate e degli gnomi, per ricevere il castigo di un ritorno, dopo molti anni che sembrano un giorno, resi vecchi e irriconoscibili, oppure il premio di aver vissuto secoli che sembrano un giorno e di ritornare al loro paese carichi di conoscenze e di saggezza.
Samain, notte dell’incanto, quando il tempo è infinito e tutto è in un eterno presente.

San Martino e il dio cavaliere

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San Martino cade l’11 di novembre, una data della quale stiamo smarrendo, uomini come siamo della civiltà urbana e industriale, la valenza. Eppure non sono passati molti anni da quando i braccianti agricoli, concluso l’anno agrario e deposti nelle zolle i semi pronti a germogliare in primavera, raccoglievano le loro povere masserizie, le ponevano su un carretto e traslocavano dal fondo sul quale avevano lavorato ad un altro, spesso a pochi chilometri di distanza, perennemente sradicati e ripiantati, anche loro elementi naturali del ciclo delle morti e delle rinascite che di anno in anno si rinnovano all’infinito. San Martino, il sammartino (il trasloco) era al contempo un momento di tristezza e di gioia. Tristezza per ciò che si lasciava: il campo su cui ci si era spezzata la schiena, la casa dove era nato l’ultimo figlio, il paese dov’era sepolto il vecchio genitore. Gioia per un lavoro che si andava a raggiungere e che avrebbe consentito di sbarcare il lunario, di vivere e di invecchiare dignitosamente, per morire e lasciare il posto ai più giovani.
Per i bresciani, le ascendenze celtiche rievocano per il giorno di San Martino, traendolo dall’inconscio collettivo, il senso del passaggio annuale. L’11 novembre per i Cenomani, così come per tutte le tribù celtiche, era il giorno nel quale si chiudevano i festeggiamenti del capodanno iniziato nella notte di Samain, quella che segna il passaggio dal 31 ottobre al primo di novembre e nella quale il tempo dei mortali e quello degli immortali coincidono. Capodanno, quello celtico, nel quale le assemblee dei capi facevano le leggi, che sarebbero state fatte applicare dai re per tutto l’anno successivo.
Il culto di Martino di Tours, che la leggenda vuole abbia tagliato il suo mantello per donarlo ad un povero, era cominciato dopo la morte avvenuta l’8 novembre del 397 a Candes, dopo anni passati dal santo-guerriero (Martino significa dedicato a Marte) a convertire i pagani e a sradicare, anche nel senso proprio quando si trattava di querce sacre, i loro simboli.
San Martino, tuttavia, come spesso è avvenuto nei secoli della cristianizzazione delle terre d’Europa, è la sovrapposizione di un simbolo e di una leggenda cristiani ad una precedente credenza pagana. Nella religione celtica, infatti, si venerava un dio cavaliere che portava una mantellina corta. Il culto veniva dalla Pannonia, terra celtica e, guarda caso, anche patria di San Martino, che là era nato nel 317, entrando giovanissimo nell’esercito romano.
Il “Martino” celtico era considerato cavaliere che vinceva gli inferi e trionfava sulla morte, dunque il naturale custode di quei semi che riposavano sotto le zolle durante la “morte” invernale per rinascere al sopraggiungere della nuova stagione. Morte e rinascita simboleggiate anche dalla ruota con la quale il cavaliere celtico veniva ritratto, vestito di una mantella, nera come il cavallo che montava.
A volte San Martino è accompagnato, nella leggenda, dall’oca, l’animale che ne avrebbe rivelato il nascondiglio quando si sottraeva, nascondendosi, all’elezione a vescovo. Anche in questo caso la leggenda cristiana nasconde una credenza celtica. L’oca, infatti, era sacra ai Celti in quanto messaggera dell’Altro Mondo e oche addomesticate e intoccabili accompagnavano ai santuari i pellegrini pagani.

Peg, la cagnetta parlante

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“Che tempo fa oggi?” “Piove”.
Non siamo in un salotto inglese, dove la discussione sul tempo è parte integrante del bon ton. Il luogo dove si svolge la conversazione è Chiari e a rispondere alla domanda della signora Ines Giordano Corridori è la sua cagnetta, una barboncina nera di nome Peg, che dialoga con gli umani “parlando” di geografia, di matematica, di storia e di attualità.
Peg è morta nel 1963, stroncata da una malattia incurabile al fegato, dopo aver per anni stupito migliaia di persone in tutto il mondo con le sue prove di indubbia intelligenza. L’ultima prova delle sue capacità l’aveva data nel marzo del 1961, poi la stanchezza aveva preso il sopravvento. In quell’occasione era stata ospite nella villa dei genovesi conti Groppallo per un’esibizione a scopi di beneficenza, in perfetta coerenza con tutta la sua lunga carriera.
Peg aveva iniziato quasi per gioco, rispondendo con la composizione di parole e di numeri scritti su delle cartoline a domande espresse a voce o scritte su una lavagna. Come spesso accade, le sue qualità vennero all’inizio sottoposte alla critica degli increduli e allo scetticismo dei realisti. Peg si impose, superando diffidenze e scetticismi, esibendosi in varie parti d’Italia e conquistando una notorietà da grande stella. La rivista Life, nel numero apparso il 25 settembre del 1961, le dedicò ben cinque pagine, redatte da una giornalista d’eccezione: Elisabeth Mann Borgese, figlia dello scrittore tedesco Thomas Mann. Le attenzioni di Life non furono le uniche. Giornali e periodici dell’epoca parlarono delle sorprendenti doti della cagnetta di Chiari, che sapeva leggere, scrivere e far di conto, ma anche superare le diffidenze dei “disincantati” con risposte sorprendenti.
Un aneddoto, raccontatomi da un’amica testimone diretta dell’avvenimento, è a questo proposito emblematico. Nella casa della signora Ines, dove Peg trascorreva le sue giornate “studiando”, erano sparite delle prugne. Nulla di grave, ma il sospetto cadde su Peg. Che le avesse mangiate lei? La signora Ines chiese conto alla cagnetta della sparizione, ma Peg oppose un deciso diniego. Alle insistenze della signora, Peg, senza scomporsi, mettendo in ordine le cartoline con le quali componeva la frasi, disse, senza lasciare spazio ad ulteriori repliche: “Non le ho mangiate perchè erano acerbe”.
Quando la sua vita stava ormai volgendo al termine, Peg stava studiando antropologia e tentava di educare Kiki, un’allieva che a volte si dimostrava un poco zuccona, tanto da meritarsi ogni tanto una sonora abbaiata.
Peg, la cagnetta sapiente di Chiari, se n’è andata nel 1963, ma la sua dimostrata intelligenza, la sua capacità di comprendere e di relazionarsi induce ancora in noi qualche riflessione. Siamo certamente lontani dai tempi nei quali gli animali venivano considerati dei meccanismi insensibili al dolore e, ovviamente, senz’anima e senza sentimenti (una sorte, per quanto riguarda l’anima, a lungo condivisa con le donne). Tuttavia siamo ancora troppo inclini a considerare gli animali, gli esseri viventi, come pezzi di carne semovente, utili solo per soddisfare le nostre esigenze.

Natale e Sol Invictus

Archiviato in: Il pennino di Ormus — Vate @ 2:36 pm

Natale è il giorno nel quale si celebra la nascita, una nuova vita, la ripresa del ciclo annuale, scandita dalla posizione del sole che torna a salire nel cielo, dopo il solstizio d’inverno. Il Natale, infatti, cade il 25 di dicembre, quarto giorno dopo il 21, il solstizio, e punto di svolta tra la fase di discesa del sole nel cielo e quella della sua rinascita. Al Sol Invictus, non vinto dalle tenebre, l’imperatore romano Aureliano (270-275 d.C.) aveva dedicato il giorno 25 di dicembre, nel quale la risalita nel cielo del Sole-Bambino cominciava a divenire percettibile all’occhio umano. L’agrifoglio, con il quale si adornano le case nelle festività natalizie, con le sue bacche rosse ricorda appunto l’astro nascente.
I culti solari, ai quali fa riferimento la festività natalizia, nel mondo romano si sono sviluppati nel mithraismo, contaminato dalla teologia astrologica dei caldei e dai riti e dalle credenze dell’Asia Minore. Mithra, nato da una roccia, nei pressi di un albero sacro e ai bordi di un fiume era, per i romani, figlio del Dio supremo e cooperava con Ormahzd (il bene, la luce) nella lotta contro Ahriman (il male, le tenebre).
Il culto solare di Mithra era presente anche nel bresciano, dove si intrecciava a forme celtiche. Ne danno testimonianza quattro dediche, due provenienti da Brixia e due dalla Valle Camonica.
Mithra è sempre chiamato latinamente Sol, con gli aggettivi a lui comuni di Invictus, a Brescia e Divinus a Breno. Al Dio Sole era dedicata una grande ara al centro di quella che sarebbe poi divenuta Santa Maria in Solario (monastero di Santa Giulia).
Nella teologia neoplatonica, per esempio in Giuliano l’Apostata (IV secolo dopo Cristo), il sole era considerato ipostasi di Dio.
La tradizione cristiana, infine, ha sovrapposto alle antiche credenze la nascita di Gesù, collocata temporalmente in modo simbolico proprio nel momento della rinascita del sole.
Di simbolo in simbolo, guardiamo al significato antico del vischio, che nei giorni di Natale appendiamo all’architrave delle porte in forma augurale. Il vischio di rovere, sacro ai celti, in quanto sospeso dalla terra e quindi dono del cielo, veniva raccolto con un falcetto d’oro e deposto in un lenzuolo bianco. La sua funzione era taumaturgica. Il vischio veniva indicato come ciò che “guarisce tutto” e in effetti era usato dai Druidi come medicamento.
Altro simbolo del Natale è l’abete, adornato dalle luci. Un albero, simbolo di vita e di rinascita, adornato dalla luce. L’albero di Natale è di tradizione nordica e ricorda insieme il frassino Yggdrasil, albero della vita e del mondo, e l’idea, diffusa nei popolo indoeuropei, della nascita dell’uomo dal legno. Se la pietra è il simbolo della vita statica, l’albero è soggetto a cicli di vita e di morte ma è dotato del dono della perpetua rigenerazione: è quindi il simbolo della vita, del divenire. Potremmo continuare, ma lo spazio è avaro. Ricordiamo solamente che il Pino è simbolo della fertilità e che la pigna, con i suoi pinoli, è segno di riproduzione e di fecondità.

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