Silvano Danesi

Febbraio 10, 2016

Marcus e Sestus sulle rive del Danubio

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Un bresciano ed un camuno. Due vite parallele. Una sorte comune in un lembo di terra della Bassa Austria.
Le vicende terrene del bresciano Marcus Matius Maximus e del camuno Sesto Aponio Valente si sono consumate quasi duemila anni fa, nel piccolo oppidum di Carnutum, fondato dai Celti sulle rive del Danubio, dove il fiume inizia il corso medio e sbocca nella pianura ungherese.
La posizione faceva di Carnutum, il cui nome ricorda le tribù galliche dei Carnuti e dei Carni, un osservatorio naturale del traffico fluviale.
Come ricorda Giuseppe Bonafini, in origine Carnutum faceva parte del Norico e venne inserito, con la vicina Vindobona (Vienna), nella provincia imperiale della Pannonia Superiore da Tiberio, nel 9 avanti Cristo.
Con Claudio (45-50 dopo Cristo) i soldati romani costruirono accanto all’antico centro norico un accampamento fortificato e più tardi, con Vespasiano (69-79 d.C.), i quartieri generali dell’esercito pannonico della Drava furono spostati sul Danubio e Carnutum e Vindobona divennero i centri organizzativi per le varie azioni militari.
Carnutum, in particolare, continuò a servire come punto di vedetta per le truppe di terra e per la flotta fluviale.
A Carnutum stanziarono varie legioni e tra queste anche la XIV Gemina Martia Victrix, nella quale furono arruolati, all’età di 24 anni, i due milites provenienti dalla terre bresciane.
Il bresciano Marcus Matius Maximus prestò servizio per circa sei anni e all’età di trent’anni passò a miglior vita, forse per una malattia, forse per le ferite.
Il camuno Sesto Aponio Valente morì invece a trentacinque anni, dopo undici di servizio nella legione romana e anche di lui ben poco si sa. Nulla è detto delle modalità e delle cause della sua morte, mentre appare certo che abbia, come il suo commilitone, lasciato disposizioni testamentarie affinché la sua sepoltura avvenisse nella terra dove aveva lasciato la vita. Due lapidi nei pressi di Carnutum, infatti, testimoniano della ventura terrena dei due soldati bresciani ed è attraverso di queste che possiamo avvalorare la presenza, peraltro continua, degli abitanti del territorio bresciano e di quello camuno.
Nelle lapidi della regione danubiana, tra le quali quelle di Carnutum, non è raro trovare riferimenti ad individui appartenenti alla tribù Fabia e a quella Quirina, alle quali erano iscritti rispettivamente i bresciani e i camuni.
Tuttavia dei milites Fabii o Quirini ben poco si sa, mentre di Marcus Matius Maximus e di Sesto Aponio Valente, arruolati a 24 anni nell’esercito imperiale romano e inquadrati della legione XIV Gemina Martia Victrix, si sa che duemila anni fa combatterono ai confini dell’impero e vissero in un antico villaggio celtico posto a guardia delle acque maestose del Danubio.
Due storie parallele, quelle dei milites bresciani, che vivono nella memoria affidata alla pietra, fissate, come le loro anime, in un mondo senza tempo e messe a guardia, per sempre, del lento fluire del fiume della vita.

Lupo: luce o tenebra?

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Vuole la leggenda che nelle ricorrenze di Pentecoste, di S.Giovanni e di S.Lucia i licantropi, metà uomini e metà lupi, escano dai loro nascondigli e vaghino per i monti e per i campi.
La leggenda del lupo mannaro è presente nella tradizione di molti popoli e in alcuni casi il lupo viene considerato il capostipite, come il lupo grigio antenato di Gengis Khan. La lupa allatta a Roma i fondatori dell’Urbe, che in un certo senso possono quindi considerarsi licantropi.
Nella mitologia norrena il lupo è Fenrir, incatenato all’albero Yggdrasil, l’albero della vita al quale è appeso Odino. Fenrir riuscirà a spezzare le catene e divorerà il Sole, finchè il padre Odino non lo ucciderà in duello, venendo a sua volta ucciso. In questo caso il mito evoca la lotta incessante tra le tenebre (il lupo Fenrir) e la luce (il Sole), tra le forze celesti (Odino) e le forze ctonie.
Nella mitologia celtica il lupo veniva, al contrario, messo in relazione con il culto della luce. Il suo nome celtico era Bleitz e Belen o Belenus era il dio gallico della luce: Lug il luminoso, chiamato in questa sua forma dai romani Apollo.
Anche per i greci il lupo era simbolo solare: ______, (Lucos) dalla radice ___, lux, luce, mentre nell’iconografia cristiana assume i tratti del demonio.
Nel bestiario medievale è semplicemente un animale diabolico e nella psicologia è simbolo di forze incontrollate.
Il lupo, come simbolo di perfidia e di slealtà è presente nelle favole (… lupus in fabula). Famosa è quella di Fedro: “Superior stabat lupus, inferior agnus …”, con il lupo che gioca la parte del sopraffattore e dell’ingannatore. Altrettanto famosa quella che del lupo dipinge l’ingratitudine: la gru che gli aveva tolto un osso dalla gola viene, per tutta riconoscenza, decapitata con un morso. Universalmente noto è il lupo di Capuccetto Rosso.
Del lupo si dice anche che significhi vigilanza e prudenza.
Dunque l’animale ammansito da S.Francesco è simbolo quantomai bivalente. Le sue fauci sono quelle dell’inferno, ma al contempo è, come Fenrir, l’elemento che determina la fine del ciclo e innesca la rinascita.
Non è per caso che i licantropi escano dai loro nascondigli a S.Giovanni e a S.Lucia, come vuole la tradizione popolare. Sono questi i due punti dell’anno nei quali la tradizione colloca le date solstiziali (il solstizio cadeva a S. Lucia prima della riforma calendariale). Sono due date di inversione del ciclo e dunque due momenti di ambiguità, dove l’uomo-lupo, contemporaneamente razionale e irrazionale, educato e ferino, solare e ctonio, rappresenta il contorcimento del passaggio, la tensione tra due nature che si combattono, essendo costrette a convivere.
L’uomo celeste e l’uomo terrestre sono ben rappresentati in questo licantropo dalla doppia natura, che ulula alla luna nella notte, invocando la luce e che di giorno si nasconde al sole, aspettando con desiderio ferino la notte.

Lug il luminoso

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Il primo di agosto è Lugnasad, festa dedicata al dio celtico Lug, detto il luminoso e giorno nel quale si teneva, da parte dei nostri antenati, un’assemblea, o meglio una fiera, con giochi e celebrazioni rituali. Lug, espressione solare della divinità celtica, è raffigurato come un bambino dalle corna di cervo o, addirittura, zoomorficamente come un cervo, il Dio Cervo (il Cernunno camuno). Lugnasad era pertanto anche la festa degli animali cornuti, durante la quale avvenivano gli scambi delle mandrie e le compravendite degli animali domestici.
La festività del primo di agosto è dunque contrassegnata dall’aspetto fieristico, di scambio economico, ma anche, come nelle altre due grandi festività celtiche di Beltaine e di Samain, dalla definizione di problemi politici, dalla celebrazione di matrimoni, dall’audizione di poeti e di musicisti e da giochi e corse: di cavalli, di uomini e di donne.
Alla celebrazione della festa dovevano partecipare obbligatoriamente tutte le classi sociali e nell’arco temporale di Lugnasad erano bandite guerre e tenzoni e ovunque regnava la pace.
Dedicata, come abbiamo detto, al dio Lug, il primo fra gli dei del pantheon celtico o meglio il dio che tutti gli dei riassume, in quanto espressione della solarità e quindi dispensatore di ogni ricchezza, la festività del primo di agosto rendeva onore alla valenza regale, così come quella di Beltaine a quella sacerdotale e quella di Samain a quella militare. Lugnasad era dunque festività politica e del buon governo, equivalente al Concilium galliarum di Lione e, al contempo, occasione di incontro e di scambio economico e culturale, ma era anche il giorno nel quale si prendeva atto del piano dispiegarsi dell’estate, con la sua abbondanza di raccolti e con la conseguente gioia per tutte le creature viventi e in particolare per l’uomo, che poteva apprezzare i frutti della sua fatica, iniziata con le semine d’autunno, proseguita con i lavori primaverili nei campi ed quindi appagata dalla raccolta delle messi.
Ad agosto matura il nocciolo, albero al quale i celti, nel loro calendario arboreo avevano dedicato il periodo che va dal cinque del mese al primo di settembre. Il nocciolo è un albero discreto e frugale, che si protende verso la luce attraverso le vegetazioni più dense e sembra voglioso di offrire i suoi frutti in quantità; forma boschetti e le sue inflorescenze maschili sembrano impazienti di annunciare, dopo i rigori dell’inverno, la primavera, mentre quelle femminili, simili a stelline rosso carminio, sono le future nocciole, simboli della saggezza. Nella celtica battaglia degli alberi, del resto, “il nocciolo fu arbitro” tra i contendenti e non a caso la tradizione popolare gli attribuisce molte virtù. Di nocciolo è fatta la bacchetta magica, ma anche quella, biforcuta, del rabdomante e nella nocciola i celti collocavano la conoscenza delle arti e delle scienze, alla quale peraltro presiedeva il dio Lug, detto il politecnico, ovvero Samildanach, abile in molte tecniche.
Con agosto si passa dal periodo dell’agrifoglio, simbolo del re d’estate, al nocciolo, frutto della saggezza. A settembre ci aspetta la vite, albero della gioia, dell’allegrezza e dell’ira, sacra a Dioniso, annunciante l’equinozio d’autunno, la fine dell’estate e il declino del sole.

Le otto vittime del “prete Grosso”

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Primavera è tempo di riti di fertilità e i nostri antenati, prima i Celti e poi i Romani, in questo periodo, nei campi, propiziavano le forze della natura.
Molte forme rituali si svolgevano nei boschi e nei campi, dove venivano accesi fuochi e consumati banchetti, accompagnati da musiche e balli che spesso proseguivano fino a tarda notte o all’alba.
Gli antichi dei, scacciati dalla cristianizzazione, non cessarono di vivere nelle tradizioni popolari e di essere venerati secondo le antiche usanze, ma le divinità furono trasformate dai sacerdoti della nuova religione in diavoli, i riti mutati in sabba infernali e coloro che li praticavano in maghi, streghe e stregoni, donne e uomini dediti al peccato.
In terra bresciana la leggenda narra di streghe che dalle sponde del Sebino e dalla Valcamonica si raccoglievano sul Tonale in nefandi conciliaboli. Quando si trovavano assieme, queste “bestie heretiche” facevano diventare cavallo la scopa, andavano a braccetto col demonio e con gli occhi seccavano piante e fiori.
La leggenda si fa tragicamente storia quando la realtà, superando di gran lunga la fantasia, si veste dei panni degli inquisitori domenicani, come quel “prete Grosso” il quale, dopo una visita al Tonale, fece bruciare otto streghe, mentre alcuni suoi colleghi a Lovere ne mandavano al supplizio sessanta, con otto stregoni, colpevoli di essere scesi dal Tonale a sconvolgere il lago (anche la Sarneghera era opera del diavolo!).
Seguiamo le cronache e la triste contabilità dei roghi.
Nei primi mesi del 1485, suggeriscono le cronache del tempo, il frate domenicano Antonio Petoselli parte per la Valcamonica, dove nei boschi e nelle radure si riuniscono “a foter e balar” uomini, donne, diavoli e diavolesse e a Edolo scopre molte persone che conducono vita eretica. Le accuse sono di bestemmiare il nome di Dio, di sputare sulla croce di Cristo, di eseguire fatture e di immolare bambini.
Nel 1499 tre sacerdoti assatanati sono accusati di eresia, di apostasia di Cristo, di pratiche diaboliche ed orgiastiche. I tre imputati sono Martino Raimondi, parroco di Ossimo, Ermanno de Fostinibus, di Breno e don Donato de Buzolo di Paisco Loveno. Le accuse? Aver frequentato il “zuogo del Tonale”, aver rifiutato Cristo calpestandone la croce e, si badi bene, aver causato violente grandinate sull’intera valle, secondo le regole apprese in un vecchio libro, ricevuto in dono dal signore della radura. Seguono le accuse di aver consegnato ostie, olio e acqua santa al diavolo, di aver celebrato messe nere, di aver consegnato lo sperma al demonio perchè ne facesse unguenti (qui Freud avrebbe molto materiale su cui lavorare), di aver lasciato morire senza sacramenti alcuni moribondi per consegnarne le anime al demonio.
Nel 1518 gli inquisitori Bernardino de Grossis (il “prete Grosso”) e Giacomo de Gablani, a Pisogne, Rogno e Darfo vagliano testimonianze e delazioni. In poche settimane nelle loro mani finiscono 5 mila dei 34 mila abitanti della valle: un camuno su sette è inquisito.
Il 23 giugno, vigilia di San Giovanni Battista, giorno nel quale nell’antichità si accendevano fuochi per invocare l’azione del sole e la fertilità della terra, a Cemmo vennero mandati al rogo sette donne e un uomo.
I roghi si moltiplicano. Il 14 luglio del 1518 un cronachista riporta l’esecuzione di settanta streghe. Un’altra testimonianza parla di sessantaquattro persone bruciate in quattro luoghi della Valcamonica. Un’altra cronaca elenca: tra streghe e stregoni 66 in tutto, dei quali 10 uomini e 56 donne. Una carneficina in nome di Dio.
Caccia alle streghe o persecuzione di chi non è d’accordo con la cultura dominante? Il sonno della ragione genera mostri e i mostri, come Bernardino de Grossis e Giacomo de Gablani, sono sempre in agguato.

Le anime del Dos Vidal

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Narra la leggenda che a Breno, in uno spiazzo nel bosco del Dos Vidal, durante la notte le anime trapassate si dessero appuntamento.
Il proprietario del terreno, incuriosito, una notte decise di recarsi di nascosto a vedere cosa accadesse davvero in quel posto e se le dicerie corrispondessero a verità.
Giunto alla radura vide molta gente riunita, che scherzava e ballava, finchè una ragazza gli si avvicinò e gli chiese di ballare, cosa che egli fece di buon grado, anche se intimorito dall’inconsueto spettacolo. Dopo pochi passi di danza, tuttavia, il nostro temerario osservatore si rese conto che la giovane aveva i piedi di capra. Capì così che si trattava di uno spirito.
Strano racconto, questo, che mette assieme due elementi che nella letteratura popolare vengono solitamente tenuti distinti.
Le anime dei trapassati, infatti, quando non hanno trovato la pace, si mostrano singolarmente o in piccoli gruppi, dando luogo alla vasta casistica dei fantasmi e alle pratiche dello spiritismo.
Musiche e danze nelle radure, con esseri fatati dai piedi a forma di zoccolo caprino, evocano invece antichi riti relativi alla natura e alla fertilità. Essendo queste danze non delle baldorie profane, ma dei riti, come lo erano quelli delle baccanti in onore del dio Dioniso, si svolgevano in luoghi appartati, come possono esserlo le radure nei boschi, e durante le notti rischiarate dalla luna.
Il bosco è sacro e la radura, solitamente di forma circolare, è a sua volta un luogo magico. L’intera cerimonia, o meglio il rito, si svolge dunque entro uno spazio sacralizzato al quale è impedito e severamente vietato l’accesso ai profani, ossia ai comuni mortali, come il nostro proprietario terriero, i quali, come vuole la tradizione, da questi incontri determinati da curiosità possono trarne gran danno.
Nella zona delle Alpi, e quindi anche nel Bresciano, queste danze notturne vengono a volte indicate come “Menàde” e ancora oggi, nel dialetto, “menàda” sta a significare una situazione frenetica, ripetitiva, senza fine, irrazionale. Espressioni come: “L’è ‘na menàda”, indicano una situazione che esce dall’ordine delle cose, dal dominio di chi la vive e che pertanto infastidisce, come tutto ciò che non è possibile razionalizzare, riportare sotto controllo.
Menàda, così come le Menàde, le danze dei boschi, deriva da Ménadi, ossia da Baccanti ed evoca, dunque, i rituali delle sacerdotesse del dio Dioniso o Bacco.
Le Ménadi, Baccanti divine, rappresentate nude o rivestite di leggeri veli che ne lasciano intravedere le nudità, personificano gli spiriti orgiastici della natura. Vestite di pelli di animali selvatici, con le chiome sciolte, con il capo ornato di ghirlande d’edera intrecciata con erba di finocchio, con in mano un tirso, a volte suonando un flauto doppio o percuotendo un tamburello, si abbandonano a corse frenetiche e a danze il cui ritmo crescente porta all’estasi. Invase dal dio, che ispira loro una mistica follia, le Ménadi errano nella campagna, abbeverandosi alle fonti, dalle quali sgorgano latte e miele.
In epoca romana i baccanali furono in un primo tempo tollerati e poi aboliti e perseguitati, ma non cessarono di essere praticati, frammisti ad altri riti naturali, in luoghi appartati e poco accessibili. “Che menàde!”.

Le “bestie heretiche” del Tonale

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Volano le streghe, nel mese di giugno. Femmine d’uomo, trasformate in uccelli (strix), partecipano ai sabba, fornicano con il demonio e nella notte di S.Giovanni il Battista solcano i cieli e succhiano il sangue dei lattanti sottratti alle culle. Voli inquietanti, che nel Bresciano convergono dai laghi e dalle tre valli sul passo del Tonale, dove le bestie heretiche scatenano tutta la loro malvagità al servizio del demonio, con pratiche orgiastiche ben conosciute, nei tempi andati, da preti al servizio del bene e della santità degli uomini, come quel don Bernardinus de Grossis che nel 1518 a Pisogne salvò le anime di otto peccatrici bruciandone i corpi contaminati sul rogo.
Qui Ormus cede la penna ad un cronista dell’epoca, il nobile veneziano Marin Sanudo, il quale scrive: “ … mentre venivano lette le loro sentenze, ho visto queste donne veramente pentite, secondo me, infatti recitavano molte preghiere e si racomandavano a Dio e alla santissima Vergine, dicendo sempre:o Dio misericordia! E tra di loro ce ne fu una che, alla mia presenza, si rivolse al vicario frate Bernardino dicendogli: “Mi fate un grande torto. Gli altri devono saperlo, che siccome io non dicevo come voi volevate, mi avete detto ‘brutta vacca’ e altre parolacce. E poi non mi avevi giurato di lascirmi andare se avessi detto come volevate voi? Mi avete sull’anima (oppure: lo avete giurato) com’è vero che avete addosso un vestito. Tu sei peggio di me”. E aggiungeva: “Dio mi è testimone, lui che ci vede da lassù”. E quasi tutte gli dicevano che aveva promesso di rilasciarle se avessero confessato.
E aggiungo che ho udito una di quelle donne che doveva pure essere bruciata, la quale diceva davanti a tutti: “Sappiate in verità che discolpo Antonino Decus e il Ciabattino e Bartolomio Mori” poi nominava degli altri dicendo: “Non è vero che io li abbia mai visti al sabba sul monte Tonale; me lo hanno fatto dire per forza, e questo lo dico per scaricare la mia coscienza”.
E dico che lo spettacolo che mi si presentava era di tale crudeltà, vedere quelle donne sul rogo che bruciavano vive, che arretrai attonito: due o tre erano morte e quasi completamente arse prima ancora che il fuoco avesse raggiunto le altre.
E aggiungo di aver udito pubblicamente che alle streghe si infliggono torture eccessive; tra le altre cose ad una donna fu dato il tormento del fuoco perchè confessasse al punto che per la violenza del fuoco quella ebbe i piedi staccati; io penso che anche per questo motivo si raccontino molte cose false. E dico che simili processi dovrebbero essere istruiti da uomini di grandissima competenza, teologi e cnonisti di retta coscienza e pieni del timor di Dio, perchè qui si tratta della morte di esseri umani”.
Questo accadeva, grazie all’opera del frate Bernardinus de Grossis, nell’anno di grazia 1518 nel territorio bresciano della Serenissima repubblica di Venezia.
Frate Bernardinus de Grossis, un nome da ricordare …. nei secoli dei secoli, perché non ne nascano altri come lui e perché la memoria delle sue nefandezze ci ricordi quanto vili possono essere gli uomini.

La santa sequestrata

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“Sequestrata Santa Lucia”. “La santa, presa nottetempo, chiusa in un ripostiglio”. “I sequestratori chiedono un riscatto”.
Potrebbero essere questi il titolo, il sommario e l’occhiello di una notizia devastante per i sogni di molti bambini, ma c’è da star tranquilli: la Santa anche quest’anno passerà puntuale a consegnare i suoi doni ai piccoli di tutto il mondo. Tuttavia nel titolo gridato: “Sequestrata Santa Lucia”, c’è del vero. Il corpo della Santa, infatti, collocato nella chiesa di San Geremia, dopo che nel 1863 venne demolita la chiesa a lei dedicata per far posto all’omonima stazione ferroviaria, è stato trafugato qualche anno fa da ladri sacrileghi, i quali hanno minacciato di distruggerlo se non fossero state accolte le loro richieste di riscatto. Non furono però i ladri del ventesimo secolo a rinchiudere la Santa in un ripostiglio, ma le monache domenicane del Corpus Domini.
Nella seconda metà del Quattrocento, infatti, come narra Alvise Zorzi, nel suo bel saggio: “Canal Grande”, tra le monache di Santa Lucia e le consorelle domenicane del Corpus Domini erano scoppiate della furibonde liti a causa del possesso della Santa. Le domenicane, infatti, ne avevano ospitato le reliquie per qualche tempo e non rassegnandosi a perderle, una notte del 1476, una “pattuglia di converse del Corpus Domini era penetrata nella chiesa rivale, aveva rubato il corpo della Santa e l’aveva nascosto in un ripostiglio del convento. L’episodio - riferisce Alvise Zorzi - aveva fatto gran chiasso, i parrocchiani di Santa Lucia avevano invocato l’intervento del Consiglio dei Dieci, una rappresentanza del temuto Consiglio si era presentata alla grata del Corpus Domini, ma le monache non avevano voluto nemmeno dire dove fosse nascosta la reliquia. I Dieci, che non erano abituati a mancanze di rispetto, avevano allora ordinato che tutte le porte del Corpus Domini venissero murate, così che persone o cose non potessero entrarvi fino a quando non fosse restituito il maltolto. Era l’8 giugno 1476; due giorni dopo, alla vista dei muratori che arrivavano con rena, calcina e mattoni, le suore si arresero e lasciarono portar via il corpo conteso”.
La Santa Lucia del nostro ipotetico titolo gridato, protagonista, suo malgrado, di sequestri e di segregazioni, è la martire siracusana della tradizione cristiana.
Santa Lucia, però, è soprattutto la mitica figura di una giovinetta priva della vista, cieca come le giornate che stiamo trascorrendo, alle quali il sole si concede per poco, lasciando presto spazio alla tenebra notturna. Per contrasto con questa condizione, Lucia è colei che porta la luce; è la luce. Una luce che il giorno tredici di dicembre, quando il calendario non era ancora stato riformato, coincideva con quella, nascente, del solstizio d’inverno, ossia del momento nel quale la notte più lunga e il giorno più corto si passavano il testimone, per dare il via all’inversione del ciclo annuale. Dalle tenebre, la luce; dalla cecità degli occhi, la vista dell’intelletto; dal punto più basso della caduta, il cominciamento della rinascita.
Santa Lucia è dunque cara ai bambini, perchè porta doni; ai grandi, perchè porta la luce (… della mente, c’è da sperare); ai bresciani, in modo particolare, perchè li tiene in grande considerazione sin dai tempi dell’assedio del Piccinino, nel 1438, quando il condottiero, con quindicimila viscontei, si lanciò contro le mura orientali della città. Piccinino perse e Brescia decretò che quello di Lucia, il 13 dicembre, fosse giorno di festa.

La parola che crea

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Il primo atto del Creatore, secondo il Satapata Brahmana, fu di fondare la triplice scienza vedica, fondamento di ogni cosa e si narra che per farlo abbia faticato non poco. Il Creatore faticò ancora, fino a quando, per mezzo del Verbo (Vac) creò le acque e su di esse fondò il mondo: il tre volte tre.
Siamo nel periodo solstiziale, tempo di nascita e di rinascita e la splendida immagine, suggerita nel bel libro di Elémire Zolla, “La nube del telaio”, evoca altre immagini simili, come quella della tradizione cristiana con la quale inizia il Vangelo di San Giovanni: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui, neppure una delle cose create è stata fatta. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini. E la luce risplende fra le tenebre; ma le tenebre non l’hanno ricevuta”.
Nella tradizione iranica e secondo Zarathustra, Ahura Mazda risiedeva nella luce eterna formata dagli Amesha Spenta, gli Esseri di Luce). Egli conteneva i due elementi costitutivi di tutto quanto possa manifestarsi: la luce e le tenebre, il maschile e il femminile. L’atto della creazione consistette nella separazione, nella determinazione (nominare: il Verbo, è determinare) di due entità libere di attaccarlo, di confliggere. Senza separazione dall’unità primordiale non c’è creazione, in quanto questa è distinzione dal Creatore. La prima entità è la buona scelta, Spenta Mainyu, lo Spirito Santo, il Dio della luce; la seconda è la cattiva scelta, Ahriman, il Principe delle tenebre. La loro lotta continuerà sino a che durerà il mondo.
Ancora una volta tornano le stesse immagini, la stessa indistinta entità primordiale che tutto contiene e che si manifesta attraverso la distinzione, la denominazione. Il Verbo è lo strumento della creazione; la Parola il coltello della separazione.
Andiamo oltre oceano e vediamo cosa pensavano della creazione i Pellerossa.
“Prima che tutto cominciasse, esisteva solo Awonawilona (il Creatore, il Custode dell’universo). Fino ad allora, all’infuori di lui, non vie era nient’altro, tutto era nero, desolatamente vuoto. All’inizio della creazione Awonawilona meditò profondamente: i suoi pensieri volarono nello spazio, si formarono veli di nebbia e si alzarono vapori che aiutarono la crescita. In questo modo, grazie alla sua potente vista, il Custode dell’universo si fece persona e assunse le sembianze del Sole, che noi consideriamo nostro padre: in questo modo egli comparve e cominciò ad esistere. Al suo apparire, il cosmo si illuminò e le nubi si gonfiarono in cielo, finchè piovve. Sì, e con la pioggia nacque il mare che abbraccia il mondo intero. Quindi, con brandelli di carne tagliati dal proprio corpo, il Dio-Padre creò i semi per i due mondi e li gettò nelle grandi acque. Ecco che il calore della luce tinse di verde le acque del mare. Lontano si formò della schiuma che diede origine ad Awitelin Tsita, la quadruplice Madre Terra, e ad Apoyan Tä’chu, il sovrastante Padre Cielo. Mentre i due giacevano insieme nel grande mare, le acque si agitarono finchè crebbe la vita sulla terra”. (Fiabe e leggende di tutto il mondo - Pueblo-Hopi-Navajo, Oscar Mondadori).
Se la Parola crea separando, se la Vista trasforma la potenza in atto, perchè non chiudere gli occhi e la bocca e apprestarsi all’ascolto, per tentare di cogliere la musica dell’indistinto?

La nascita del re

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Il 21 Giugno è il giorno del solstizio d’estate e segna, astronomicamente ed astrologicamente, il passaggio dalla fase ascendente del sole a quella discendente.
La tradizione vuole che questa data segni la morte del Re d’Inverno, il Sol invictus, nato nel giorno del solstizio d’inverno e la nascita del Re d’estate.
E’ singolare e alquanto interessante vedere come i segni della tradizione, mutati nel tempo per successive stratificazioni culturali, abbiano conservato profondi significati non difficilmente riscopribili, purchè ad essi si presti attenzione.
A pochi giorni dal solstizio d’inverno, il 25 di dicembre, è stato fissato il Natale. Natale del sole, ma anche di Cristo: colui che battezza, secondo la tradizione, con il fuoco. A distanza di qualche giorno dalla data solstiziale, infatti, l’inversione astronomica comincia ad essere percepibile e così, analogamente al Natale, il 24 di giugno, si celebra un’altra nascita, quella di S.Giovanni il Battista, ossia colui che battezza con l’acqua.
Solitamente la Chiesa celebra dei santi la morte, in quanto nascita alla vera vita, ma in questo caso ad essere celebrato è il giorno natale del santo. Il fatto singolare si spiega con l’esigenza di rispettare la tradizione, che vuole celebrata la nascita del Re d’estate. Il riferimento alla nascita ha inoltre un valore astronomicamente ed astrologicamente importante. Considerata la durata di una normale gestazione in nove mesi, una volta fissata la data di nascita è facile stabilire il periodo del concepimento: nove mesi prima, appunto. Si arriva così a fissare il periodo di concepimento del Re d’inverno nel periodo equinoziale primaverile (l’Annunciazione a Maria è il 25 di marzo e l’equinozio di primavera il 21) e quello del Re d’Estate nel periodo equinoziale d’autunno (l’equinozio d’autunno è il 23 settembre). Narra l’evangelista Luca che quando Maria andò a visitare Elisabetta nei giorni successivi all’Annunciazione, questa era al sesto mese di gravidanza. Da fine settembre a fine marzo sono giusto sei mesi e tre mesi dopo, il 24 di giugno, scadono i nove. Tutto torna perfettamente. La tradizione cristiana, così come quelle più antiche, ha collocato dunque la nascita e il concepimento di Cristo e del suo annunciatore, San Giovanni il Battista, nei punti solstiziali ed equinoziali dell’anno.
Astrologicamente le due date solstiziali ed equinoziali riassumono i quattro elementi considerati dagli antichi alla base dell’universo e della vita: a giugno domina il Cancro, segno d’acqua; a settembre la Bilancia, segno d’aria, a dicembre il Capricorno, segno di terra e a Marzo l’Ariete, segno di fuoco.
Concepito sotto il dominio dell’aria, Giovanni nasce in un periodo contrassegnato dall’acqua, così come Cristo, concepito sotto il dominio del fuoco, nasce quando è la terra ad essere dominante. Il concepimento, dunque, è “celeste”, ma quando le anime incarnate prendono forma definitiva e giungono alla vita, sono gli elementi pesanti, femminili, ricettivi ad avere il sopravvento: l’acqua e la terra.
Nel calendario e nelle sue ricorrenze c’è molto di più del ricordo di alcuni avvenimenti storici o leggendari; c’è l’allegoria del grande mistero della vita, il racconto mirabile dell’evoluzione del mondo.

La merla e la Dea Morrigu

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Canta la Merla e gennaio, con i suoi riti di purificazione e di iniziazione con il fuoco, cede il passo a febbraio, il cui primo giorno, Imbolc, è festività dedicata alla dea Brigit. Imbolc, la Candelora, è festività primaverile e, come i Lupercales romani, è tempo di lustrazione e di fecondità.
Il fuoco, con il suo significato di purificazione e di iniziazione, cede il passo all’acqua e il Druida con il cinghiale (Sant’Antonio Abate) s’inchina al sopravvenire di Brigit, l’aspetto femminile della divinità, chiamata anche Morrigu o Bodb, cioè Cornacchia, l’animale che la simbolizza.
In alcune località della pianura (Cadimarco, Bonpensiero, Ostiano, Volongo), si rinnovano, ogni anno, i riti dell’accensione delle pire in concomitanza con la ricorrenza di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, il quale è raffigurato in compagnia di un maialino (più anticamente, di un cinghiale) e, a volte, di un’oca.
S.Antonio Abate è dunque un druida, in compagnia del suo simbolo, il cinghiale e la sua ricorrenza viene festeggiata con l’innalzamento di pire a forma di zangola, che ricordano riti di iniziazione e di purificazione col fuoco, durante i quali venivano scavate buche rettangolari nelle quali entravano gli iniziandi. La buca era ricoperta con rami secchi, ramaglia verde e canapa che venivano incendiati. Il fumo della pira, penetrando nella camera sottostante, induceva stati d’estasi e il contatto con il mondo spirituale.
Il 30, il 31 di gennaio e il primo giorno di febbraio il Cinghiale cede il passo alla Cornacchia-Merla e questa “canta” nei riti riscoperti e reintrodotti nei paesi della pianura cremonese, come Formigara, Soresina, Pizzighettone.
La Merla-Cornacchia “cantava” nei tempi antichi il suo grido di battaglia per annunciare il risveglio della natura e, in tempi più recenti, per propiziare il primo raccolto dell’anno: il baco da seta, nutrito con le foglie del gelso, il cui nome dialettale è “muron” nel Cremonese e “mur” nel Bresciano.
La Merla “canta” in sagre dove gruppi di persone dialogano a distanza, con canzoni e filastrocche, per evocare l’avvento della primavera.
Sulla Merla esistono varie leggende. Una di queste racconta di una merla, in origine bianca, ingannata dai primi tepori, la quale, uscita dal nido e volando per la campagna, incontrò Gennaio e lo sbeffeggiò, sicura della fine dell’inverno. Gennaio si vendicò irrigidendo il clima e la merla si rifugiò sotto un camino, ma i contadini, anch’essi infreddoliti, accesero il fuoco e dal comignolo cominciò a uscire fumo. La merla a causa del fumo annerì e da allora è rimasta nera. Nera come la Cornacchia Morrigu.
Il passaggio di colore, avvenuto attraverso la fumigazione allude ad un’iniziazione, così come conferma un’altra leggenda che narra di una donna andata a dormire sui tetti dicendo: “Se campo tre notti, mi sposo”, la quale la terza notte fu trovata morta.
La donna sui tetti, nell’immaginario contadino, veniva assimilata alla Merla e anche in questo caso la leggenda sottende un rito iniziatico: i tre giorni, la morte, la tensione verso lo sposalizio e quindi la fecondità.
Canta la Merla.
Si scioglie la neve bianca
e la campagna diventa nera.
Arriva Primavera.

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