Silvano Danesi

Febbraio 10, 2016

La fedele cagnetta mera

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Agosto, tempo di vacanza e di grande calura: la canicola, dall’omonima stella Procione del Cane minore, dove la leggenda vedeva la cagnetta Mera (canicula, diminutivo di femmina di cane), fedele all’eroe Icario, colui che introdusse la vite in Attica e fu fatto a pezzi dai contadini che si erano ubriacati. Si dice che Mera fu premiata da Dioniso per la sua fedeltà e trasformata nella costellazione del Cane.
Canicola, dunque, e ferie: Feriae Augusti, introdotte dall’imperatore Augusto, al quale il mese deve il nome, che abbracciavano l’intero periodo e furono successivamente ristrette al giorno 15 ovvero di Ferragosto. Il 15 è anche giornata dedicata all’Assunzione in cielo di Maria Vergine, divenuta dogma nel 1950 con Papa Pio XII, ma la cui tradizione trova radici nei Vangeli apocrifi e nelle feste in onore della dea Atargatis, una sirena protettrice delle attività agricole: Dea Madre, dunque, celebrata nel pieno dell’estate e dell’abbondanza dei raccolti.
Il 13 i Romani celebravano in onore di Diana, dea delle selve e di Vertumno, divinità che presiedeva al ciclo stagionale.
Il giorno 17 era il turno di Portumno, dio dei porti e delle porte e il 19 venivano celebrate le Vinali Rustiche, dedicate a Venere.
Il 16 è ancora oggi, in molte località, una grande festa dedicata a San Rocco, simbolo dei pellegrini, raffigurato con il cappello largo, un mantello a mezza gamba e con in mano il bastone del viandante, al quale è appesa la zucca che contiene l’acqua.
Il 21 era invece giornata dedicata a Conso, dio del raccolto immagazzinato e il 23 a Openconsiva, dea dell’abbondanza agricola.
Il 18 è anche ai giorni nostri dedicato al Beato Guala di Brescia, il vescovo del XIII secolo che guidava la diocesi bresciana durante l’assedio di Federico II respinto dall’eroismo dei bresciani.
Il 27 del mese, sempre rimanendo in ambito cristiano, è giorno dedicato a Santa Monica, madre di Sant’Agostino padre e dottore della Chiesa, la cui ricorrenza cade il giorno successivo.
Il 10, invece, prelude alla notte incantata che conduce al giorno dedicato a Santa Chiara, compagna spirituale di San Francesco, morta l’11 di Agosto dopo aver ricevuto dal Papa la Regola del suo ordine.
Notte incantata, quella del 10, giorno dedicato a San Lorenzo, perchè nel cielo agostano si stagliano le scie delle stelle cadenti: fuochi fecondanti, che dalle profondità sideree precipitano sulla terra, portando il messaggio di vita del mondo celeste. Gli uomini, ammaliati, passano le ore con il naso all’insù e con la mente rivolta al cielo, per ammirare il prodigio. Un prodigio che si rinnova di anno in anno e che in giorni di riposo invita a guardare in alto per guardarci dentro.

La dama del lago

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Una terribile notte, un lago montano, una donna, una culla sono gli ingredienti di una leggenda camuna: la leggenda della Culla o del lago Moro.
Si narra che di notte le acque del lago, solitamente immote e somiglianti ad uno specchio, si disgiungano e che dall’abisso, celante chissà quali segreti, si veda emergere alla superficie una donna con un bimbo nella culla. L’aspetto dell’apparizione è diafano, fluorescente, come fosse un fuoco fatuo, una presenza dell’aldilà, un fantasma: quello di una strega che in tempi preistorici voleva soffocare nella culla un bel maschietto, figlio di una vicina ma il cui disegno era fallito grazie all’intervento di un mendicante al quale la madre aveva offerto asilo. Fallito il piano la strega si era trovata a cullare un bimbo “stinto e rachitico” e in un batter d’occhio la scena si era tramutata in una laghetto argenteo. Sprofondata per castigo nelle acque del laghetto, la strega, ipotizza la leggenda, continua a cullare il suo mostricciattolo e spaventa chi di notte la disturba.
Una seconda versione della leggenda narra di una giovane madre che stava con il suo figlioletto in un prato verde e fiorito, quando da una spelonca uscì una “canuta femmina” che si appressò alla culla chiedendo aiuto. La giovane madre impaurita la scacciò con male parole. Il cielo allora si oscurò, lacerato da tuoni e fulmini e la montagna sussultò. Quando il sole tornò a vincere le tenebre, nel luogo dove la giovane madre aveva composto ghirlande di fiori per il figlioletto c’era un lago e si dice che quando le acque non sono increspate sia possibile scorgere sul fondo la madre che culla il fantolino e che dal fondo emerga a riva un canto.
Trame diverse che un’interpretazione cristiana vorrebbe accomunate dalla leggenda di due donne che vivevano in una casa eretta su un prato a forma di conca. Le due donne avevano entrambe un figlioletto e richieste di aiuto da un mendicante avrebbero risposto ambedue, ma in modo opposto: la prima con fare caritatevole, la seconda con male parole. Il mendicante era Gesù e fu così che la prima fu salvata con il suo figliolo e la seconda condannata a rimanere nella sua casa mentre il prato si era trasformato in un lago.
Il filo comune delle due storie sta invece, con grande probabilità, in un sostrato culturale più antico, quello celtico, con il “Piccolo popolo fatato” che vive nei boschi, con le fate che abitano alberi, laghi e corsi d’acqua, con gli gnomi che vivono nelle grotte e sotto le zolle. Accade che le fate tentino a volte di sostituire nelle culle i loro figli, riconoscibili per essere vizzi e rachitici, a quelli degli umani, così come accade che i componenti del “Piccolo popolo fatato” si accostino agli uomini per aiutarli e se ben accolti compiano prodigi, mentre se trattati male si vendichino con malefici. Spesso accade anche che le fate trascinino i maschi nel loro regno e che questi, dimentichi del tempo che scorre e sempre giovani, tornino poi nel nostro mondo dopo centinaia di anni, per diventare immediatamente polvere oppure per portarvi la saggezza.
Attenzione, la Dama del Lago è anche quella che funge da iniziatrice di Lancillotto; è la Viviana del lago della leggenda di Merlino; è Boin (Bo Vinda, la vacca bianca); è una delle epiclèsi della Dea Madre. Gli dèi non muoiono mai. Si trasformano.

La custode della luce

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Lucia, lux, lucis, luce. Lucia portatrice di luce: il più bel dono in un periodo dell’anno nel quale il sole è meno presente e dominano le tenebre; il seme dorme nell’oscurità della terra, nel caldo ventre delle zolle coperte di neve e la natura è richiusa su se stessa, in attesa nel nuovo ciclo.
Lucia evoca la luce nel giorno che la tradizione vuole essere il più corto dell’anno e che coincide con il solstizio d’inverno. Ai nostri giorni il solstizio cade il 21 di dicembre, ma tra il 1325 e il 1350, a causa dell’errore del calendario, il solstizio cadeva il 13 e dunque quel giorno era il più corto e Lucia era la speranza del ritorno della luce e dell’avvio di un nuovo ciclo vitale.
Lucia è pertanto donatrice di luce e di vita, ma come spesso accade ai simboli è, in contrasto con il suo nome, cieca, ossia priva di luce. Nel suo nome e nella sua condizione il simbolo racchiude i due aspetti della realtà e il loro intimo collegamento. Lucia è infatti la custode del giorno più corto (“Santa Lucia è il giorno più corto che ci sia”) ed è quindi privata del bene della luce: i suoi occhi non vedono, sono afflitti dalle tenebre. Lucia è però anche la testimone del passaggio dalle tenebre alla luce, dal giorno più corto ai primi cenni di un allungamento della permanenza del sole nel cielo che si svilupperà sino al 21 di giugno, solstizio d’estate.
Lucia, evocatrice e donatrice di luce, è diventata nel tempo quella Santa Lucia che oggi dona, con l’ausilio di un asinello e passando per finestre e camini, giocattoli e dolci ai bambini buoni e carbone a quelli cattivi.
Il culto della santa si è diffuso nel Medioevo grazie alla sovrapposizione ad antiche divinità della leggenda del martirio, nel giorno 13 di dicembre, di una giovane fanciulla, Lucia, la quale, promessa sposa e poi fattasi cristiana, decise di rinunciare alle nozze e di dedicarsi ai poveri, donando ad essi tutti i suoi averi. Denunciata dal promesso sposo, venne invitata ad abiurare e, vista la sua resistenza, condannata in un primo tempo a vivere in un lupanare e poi a morte. Condanna eseguita appunto il 13 dicembre, giorno da allora dedicato alla santa.
In effetti una Lucia venne martirizzata a Siracusa durante la persecuzione di Diocleziano, ma non si sa come e perchè.
Le spoglie mortali della santa siracusana, trafugate e portate a Costantinopoli, furono successivamente acquisite dai veneziani, che dedicarono a Lucia una chiesa eretta nel luogo dove ora sorge la stazione ferroviaria. Motivo per cui, in tempi più recenti, il corpo è stato trasferito nella chiesa di San Geremia sul Canal Grande.
Si dice che la santa, dopo il suo arrivo a Venezia, operasse molti miracoli, suscitando la devozione e l’ammirazione del popolo. Tra i bresciani la santa diventò famosa ed amata per un episodio legato alla guerra tra i veneziani e i viscontei, culminata nell’assedio di Brescia ad opera di Nicolò Piccinino. Il 13 dicembre del 1438, infatti, i bresciani respinsero l’assalto finale del Piccinino con l’aiuto miracoloso dei santi Faustino e Giovita.
Per commemorare la vittoria il giorno di Santa Lucia fu dichiarato festivo e tra la popolazione iniziò l’uso di regalare, in quell’occasione di festa e di gioia, doni ai bambini. (Per saperne di più Ormus vi consiglia di leggere “La vera storia di Santa Lucia”, scritta da Anna Maria Perini ed edita da Ermione. Un bel libro, per grandi e piccini).
Nel tempo, il sostrato cultuale precristiano, i fatti storici, la leggenda di Santa Lucia e il mito della giovinetta Lucia, fusi in un tutt’uno, hanno via via fatto perdere le tracce delle proprie origini ed hanno assunto la potenza affascinante di un evento magico che si perpetua e che è stato ed è, per molti bimbi, il rapporto con il fantastico vissuto più intensamente e nel modo più gratificante.
E’ così che Lucia, Santa Lucia, in questi giorni si aggira di notte tra le case abitate dai bambini per ritirare le lettere nelle quali questi hanno scritto o fatto scrivere i loro desideri, oppure per riceverli di persona, captandoli nei sogni. Lucia non vuol essere vista e si annuncia ai bimbi ancora svegli dopo l’imbrunire con un campanellino, per invitarli ad andare a dormire. Se qualcuno, ostinato, si attarda nella veglia, rischia di prendersi una manciata di cenere negli occhi. Il troppo desiderio acceca! Un sogno, vissuto con candore e trepidazione, si avvera.
Raccolti i sogni dei bimbi Santa Lucia carica l’asinello e nella notte del 13 dicembre fa il giro delle case, dove deposita i doni. In cambio chiede solo un poco di fieno o di farina e una ciotola d’acqua per il suo asinello … e tanta ingenuità. In fondo è proprio questa che le dà la forza di vivere, di anno in anno, nel mondo fatato che si alimenta dei sogni dei bimbi.

La croce dell’adempimento

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L’equinozio di primavera segna l’inizio del Grande Anno per il mithraismo, una religione che ebbe larga diffusione nell’impero romano e nel primo secolo si radicò anche nella Gallia cisalpina e nel bresciano, dove Mithra era denominato latinamente Sol Invictus (a Brescia) e Sol Divinus (a Breno).
A Mithra nella Gallia cisalpina era spesso associata la figura di Giove, anch’esso dio solare, e in particolare del Giove Dolicheno, rappresentato come un uomo barbuto cavalcante un toro il cui culto aveva rapporti con i popoli produttori di metalli dell’Asia minore e con le miniere.
A Brescia la produzione dei metalli è antica e attuale e le miniere sono state per secoli un’attività non secondaria e lo sono ancora, se si considera l’escavazione dei materiali lapidei.
Adorato in tutto l’impero romano, Mithra è una divinità alla quale è legata l’idea di un Re messianico.
Per conto del Sole, Mithra, secondo il mito, aveva sacrificato un toro, ma lo spirito del male Ahriman avrebbe mandato contro di lui tutte le sue immonde creature per compromettere la sua essenza di fonte di vita. Un cane, simbolo delle forze del bene, avrebbe leccato le ferite, consentendo che il toro generasse dalle sue membra sacrificali erbe e piante salutari e animali utili. Dal midollo sarebbe nato il grano, spuntato sulla coda in forma di spiga; dal sangue sarebbe nata la vite e dal seme gli animali.
Terminata la missione creatrice e salvatrice il Sole avrebbe banchettato con Mithra, consumando le carni sacrificali del toro. Un pasto rituale, che associato al grano e al vino, ambedue frutti del sacrificio salvifico, ricordano quello cristiano dove i fedeli mangiano nell’ostia il corpo di Cristo e bevono nel vino il suo sangue.
Stando ai calcoli degli astrologi, relativi alla processione degli equinozi, quando a Babilonia l’astrologia era tenuta in grande considerazione l’equinozio cadeva nel segno dei Gemelli e nel cielo si stagliava netta la Croce del Sud. La croce era dunque il segno dell’adempimento, il passaggio dalla fine di un ciclo all’inizio di un altro e il dio appeso alla croce era il segno evidente della sacralità di questo rinnovarsi del tempo ciclico dell’anno.
A Brescia, lo abbiamo accennato, Mithra era conosciuto e venerato, come ricordano le lapidi dedicate al dio con il suo nome latino di Sol Invictus e di Sol Divinus.
La testimonianza più significativa è tuttavia quella di Santa Maria in Solario (complesso di santa Giulia) il cui corpo inferiore è a pianta quadrangolare, con quattro volte a crociera, impostate su arcate a tutto sesto che si riuniscono al centro su un unico sostegno: una grande ara di marmo di Botticino dedicata al Dio Sole e probabilmente proveniente da un tempio vicino.
Il Mithra dei Romani, Sol Invictus deve aver trovato le porte aperte per entrare nella città dei Celti i cui numi tutelari erano il dio silvano Bergimo e la sorgente Brixia. I Celti, infatti, avevano in Lug, il dio dal lungo braccio, detto anche Samildanach, abile in molte tecniche, la loro principale divinità e Lug significa “luminoso” ed è per definizione “solare”.

L’asse del mondo

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Il frassino (Nion), l’albero della rinascita, il mitico Ygdrasill, è preposto, nel calendario arboreo, al periodo che intercorre tra il 18 di febbraio e il 17 di marzo.
Al frassino è dedicata un’ara romana, scoperta nel 1959 a Volpino e trasferita, come testimonia Giuseppe Bonafini, nell’Accademia Tadini di Lovere.
Scolpita in un marmo simile al Botticino, l’ara, della misura di 40 centimetri di altezza e di 29 di larghezza, è stata dedicata da Lucretana (o Lucretiana) Pauma, probabilmente una liberta adottata dalla Gens Lucretia, ad Aburno e Aburna, ossia alle divinità del frassino.
Nella religiosità precristiana delle genti che popolavano la Valcamonica, così come in quelle celtiche che abitavano le terre bresciane, alberi, fonti, fiumi e laghi erano animati da uno spirito, in quanto espressioni di quello stesso Dio innominabile ed ineffabile che costituiva “l’Essere” di tutto l’universo. Quest’unico Dio abitava uomini e donne, alberi e animali, cosicchè l’insieme del mondo aveva un’anima, che assumeva di volta in volta l’aspetto di una fata, di un fato, di una ninfa o di un’ondina. Le querce, ad esempio, erano abitate dalla Fate Dervone e gli alberi del frassino dal fato Aburno e dalla fata Aburna. I fati e le fate erano gli angeli custodi dei nostri antichi progenitori e non è quindi per nulla strano constatare che una liberta, quindi una camuna romanizzata, dedicasse un’ara ai suoi protettori quotidiani.
La dedica ad Aburno e Aburna testimonia la sopravvivenza di una religiosità celtica radicata e ben viva anche in epoca romana.
Il frassino, presente ancora oggi nelle valli bresciane, nella specie “fraxinus ornus” forniva, attraverso l’incisione della sua corteccia, una sostanza purgativa dolce, detta manna, che lo colloca tra le piante curative. I Druidi, i sapienti celti, erano degli ottimi erboristi e dei valenti farmacisti; conoscevano le molteplici qualità terapeutiche degli alberi, delle radici, delle erbe del bosco e del prato. La loro medicina, dopo la cristianizzazione, è stata tramandata nella cura dedicata all’erboristeria da molti monaci e, fuori dalle mura dei monasteri, nelle abilità terapeutiche di “streghe” e “stregoni”, guaritori e guaritrici che hanno accompagnato gli uomini delle nostre valli e delle nostre campagne sino all’avvento della farmacopea sintetica ed ufficiale; riprende oggi dignità riconosciuta con la medicina omeopatica e con l’erboristeria moderna.
Di frassino erano costituite alcune verghe druidiche e Ygdrasill era usato da Odino come destriero. Sotto le sue fronde la Triplice Dea della tradizione scandinava dispensava la giustizia.
I frassini in Irlanda erano alberi magici e alcuni di essi, fra i più noti, furono abbattuti ai tempi della cristianizzazione, a simboleggiare la vittoria sui pagani.
Narra Robert Graves che gli emigranti irlandesi sbarcati in America portarono con sè, pezzo per pezzo, un discendente dell’albero sacro di Creevna: un frassino.
La nostra Lucretana (o Lucretiana) Pauma, nel dedicare l’ara a Aburno e Aburna, non era dunque lontana da una tradizione radicata che attraversava e attraversa, ancora oggi, gran parte dell’Europa.

L’alchimia e Bonaventura da Iseo

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L’alchimia è, come spiega Gabriele Rosa, la chimica suprema, essendo l’affisso arabo “al” o “allach” l’equivalente della particella meta in greco, che trasforma la fisica in meta-fisica. Ovviamente, così come la meta-fisica, l’alchimia si occupa di fatti spirituali e costituisce un linguaggio criptico, iniziatico, per comunicare le modalità con le quali l’uomo trasforma sé stesso nell’athanor della vita, ma è anche, per molti versi, la madre della chimica, della medicina e della farmacopea.
Non deve stupire, pertanto, che all’alchimia si siano interessati papi, come Clemente IV, per il quale Ruggero Bacone compilò “La scienza sperimentale”, o dottori della Chiesa, come San Tommaso d’Aquino, il quale scrisse il “Tractatus Alchimiae: sequere ego divum Albertum Magnum magistrum meum”.
Ciò che invece sorprende è riscoprire, attraverso il bel saggio di Gabriele Rosa, pubblicato per i tipi della Tipografia della Minerva nel 1846, come fra tutti gli scrittori d’alchimia conosciuti, il più grande fosse Abu-Mussah-Djafar al Sofi di Haaron nella Mesopotamia, detto comunemente Geber e che da Leone l’Africano viene considerato convertito al cristianesimo da Francesco Mariano da Brescia.
Il legame di Brescia con i maestri dell’Arte Regale non si limita tuttavia a questo contatto. Un frate, Bonaventura d’Iseo, infatti, non solo scrisse “Compostella”, un trattato relativo all’Alchimia, ma di questa disse essere “ars artium, scientia sapientium et doctrina doctorum superans omnes artes”.
Fra Bonaventura d’Iseo non era un monaco qualsiasi, affascinato da esoteriche conoscenze. Le sue frequentazioni erano quelle dei grandi della cultura del suo tempo. Egli fu infatti amico di Alberto Magno, che fu maestro di Ruggero Bacone, di Michele Scoto e di San Tommaso d’Aquino e autore delle più antiche opere sull’Alchimia della cristianità. Il frate minorita iseano, peraltro, fu proposto nel 1272 dal suo “generale” San Bonaventura a Papa Gregorio X per essere inviato come ambasciatore all’Imperatore Paleologo, in occasione del concilio ecumenico che si tenne a Lione nel 1274. Fra Bonaventura fu diplomatico anche presso i Veneti e i Bolognesi, tra i quali trattò la pace nel 1273.
Nella “Compostella”, come riferisce Gabriele Rosa, il frate minorita si dichiara amico dei Domenicani, di fra Tommaso d’Aquino e di frate Alberto Tedesco (Alberto Magno) e se del primo esalta le qualità di teologo, del secondo quelle di astrologo, geometra ed alchimista.
Fra Bonaventura d’Iseo, non si limitò a scrivere, ma sperimentò e compilò ricette alchemiche.
Se il minorita di Iseo fu un alchimista di grande valore, v’è da dire che Brescia non fu territorio indifferente alla sua formazione, avvenuta in gran parte nei rapporti con il mondo padovano e bolognese, dove l’Arte Regale era conosciuta e praticata.
Il vescovo Berardo Maggi nel 1290 confermò all’ordine dei medici bresciani le immunità concesse dagli imperatori e dal popolo e a Brescia, al tempo della gioventù del nostro frate, erano presenti Guido da Bonate, Paolo da Brescia e Gherardo da Sabioneta, famosi nelle scienze occulte.
Facciamo un salto di qualche secolo, per incontrare, nel Seicento, il gesuita Athanasius Kircher, autore, tra gli altri, di un trattato sulla pietra filosofale: “De lapide Philosophorum”. Il Kircher, professore del Collegio Romano, ebbe tra i suoi più intimi amici un bresciano famoso, il gesuita Francesco Lana Terzi, progenitore del volo aerostatico e scrittore di testi sulla magia naturale.
Brescia dunque, anche per quanto riguarda l’Arte Regale, può a ragione essere considerata tra i luoghi nei quali uomini dotti si incontravano e traevano alimento per le loro opere.

Imbolc, festa della primavera

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Il due di Febbraio è la festa della primavera, della fecondità, della natura che si ridesta. In epoca cristiana la festività, detta della Candelora, è stata dedicata alla Vergine Maria, ma essa corrisponde alla celtica Imbolc, la cui etimologia sarebbe data dal prefisso riflessivo imb e da folc, acquazzone e indicherebbe dunque il lavar-si. Imbolc dunque è festività connessa con l’acqua, con i riti lustrali di purificazione ed è stata nei tempi lontani nei quali Brescia era popolata dalla tribù dei Cenomani la festa di Brigid, figlia del Dagda (letteralmente dio buono o molto divino, dio dei druidi, signore degli elementi, della scienza, dell’amicizia e dei contratti, del tempo cronologico e atmosferico e dell’eternità; il dio con la mazza che uccide e che resuscita; il dio con la ruota cosmica), come Minerva lo era di Giove. Brigida è poi diventata Santa Brigida, infine sostituita dalla Vergine Maria nella Candelora.
Imbolc è la festa della fine dell’inverno, il periodo più oscuro del calendario dei popoli indo-europei, e l’avvio del rinnovamento del cosmo.
Anche nell’antica Roma il mese di Febbraio era un periodo di passaggio, di caos, in cui tutto si rimescolava per ritrovare un nuovo ordine; periodo nel quale è necessario purificarsi, per prepararsi alla primavera.
Febbraio deriverebbe da febbruarius e in latino februare significa espiare, purificare. Numa aveva dedicato il mese al dio Februus. Un chiaro segno, questo, di come spesso le divinità non siano altro che simboli, denominazioni di azioni che gli uomini ritengono di dover compiere per entrare in sintonia con la natura che li circonda, con la Terra, Grande Dea Madre, che rinnova il mistero della vita, seguendo il ciclo del Sole, aspetto maschile della divinità, mentre la Terra ne rappresenta quello femminile.
Febbraio, in quanto mese di passaggio, implica anche un contatto con il mondo infero e per questo motivo nell’antichità si celebravano riti funebri: si onoravano le tombe, si placavano le ombre degli avi.
Lustrazione, espiazione, il lavar-si di imb-folc (Imbolc) è contemporaneamente una purificazione del corpo e dello spirito.
Lo è del corpo in quanto il rito lustrale indica una strada quaresimale, ossia una dieta tesa ad eliminare i residui dell’alimentazione invernale, necessariamente grassa, spesso composta solo di alimenti conservati (insaccati, carni affumicate, farine, strutti, ecc.). Un’alimentazione funzionale al rigore invernale, ma che ha appesantito il corpo, costretto anche al rallentamento dell’attività dalla carenza di luce, e i cui effetti residui vanno ora rimossi per prepararlo ad affrontare il ritmo effervescente della rinascita primaverile.
Lo spirito trova nell’espiazione, nel lavar-si (Imbolc) il gesto che lo conduce a considerare la sua unità con il Tutto, il suo essere una scintilla di un grande fuoco che si sta riaccendendo e che fa risorgere la vita, con le infinite bellezze che la primavera suscita.
In questi tempi di demenziali suicidi “rituali”, di abbandono volontario dell’esistenza per inedia, per paura, per accondiscendenza a frustranti falsi obbiettivi, Imbolc, il lavar-si, il soffermarsi sulla natura che sta per sbocciare in un nuovo ciclo annuale è anche un modo opportuno ed efficace per riconsiderare il grande, inestimabile valore della vita. Di tutta la vita, nostra e di quanto ci circonda.

Il teschio del lago

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C’era una volta un mandriano che stava tutto l’anno in una cascina sui monti al confine tra le tre valli bresciane: la Val Trompia, la Val Sabbia e la Valcamonica.
Uomo rude e dall’animo cattivo, viveva isolato nella sua stamberga e non scendeva mai nel paese, se non una volta all’anno. Non frequentava persone. Non pensava ad alcuno. Non nutriva sentimenti di solidarietà, né con i vivi, né con i morti.
Il mandriano passava le sue giornate a governare le bestie, a sistemare la stalla, a lavorare il latte, per trarne formaggi e burro, che poi vendeva, nell’unico giorno dell’anno nel quale riprendeva i suoi contatti con il genere umano. Dunque, anche in quell’unico giorno nel quale si relazionava agli altri uomini le sue intenzioni non erano quelle di scambiare qualche parola buona, qualche impressione, qualche opinione, ma i suoi prodotti in cambio di denaro e di attrezzi.
Nel suo isolamento stava molto bene. Non aveva paura di nessuno … nemmeno del diavolo.
I suoi compagni preferiti erano il sole, il vento, la pioggia, l’erba dei prati, gli alberi del bosco e le acque di alcuni laghetti che interrompevano, con il loro colore verde azzurro, l’alternarsi di erba e di rocce.
Un giorno gli si sbandarono le mucche e il mandriano fu costretto a cercarle per tutta la giornata e fino a notte inoltrata. Era, quella, una notte di luna piena e il chiarore, riflettendosi nelle acque dei laghetti, dava all’ambiente circostante un che di irreale.
Ad un tratto il mandriano vide sulla riva una testa di morto: un teschio che lo guardava. Il mandriano le diede un calcio e la buttò nel lago.
Il giorno dopo le mucche si sbandarono di nuovo e di nuovo il mandriano fece notte e rivide, sulla riva del lago, il teschio che lo guardava, con sguardo supplichevole, ma gli diede nuovamente una pedata e se ne andò.
All’indomani, per la terza volta, le mucche si sbandarono e per la terza volta il mandriano fu costretto a cercarle e per la terza volta vide in riva al lago il teschio dei giorni precedenti. Capì allora che si trattava di un’anima confinata, raccolse il teschio e lo collocò in una piccola cappella da lui stesso costruita e quella cappelletta è ancora oggi visibile al Capo di Morto, nelle vicinanze del passo che collega le tre valli bresciane.
Chi era quel mandriano? Davvero un uomo cattivo convertito, oppure il rivestimento leggendario di un antico abitatore delle valli bresciane dove si adorava il dio cervo, il Cernunno, ovvero il dio celtico Lug?
Dei santuari del Cernunno è stato conservato un’architrave di un portale nelle cui nicchie si trovano teste recise e teschi di morti.
Per i Celti, che popolavano le valli bresciane, la testa rappresenta la sede del sapere e della forza e non a caso la tagliavano agli avversari per accrescere la loro potenza.
Lug, il dio politecnico dal “lungo braccio”, è raffigurato a volte come il dio del gioco, il quale nell’atto di giocare sulla scacchiera appoggia la sua mano su una testa. Un ricciolo che spunta tra le dita vuol forse significare vita e resurrezione.
A indicare il significato nascosto e autentico (esoterico) della leggenda c’è il numero tre.
Tre volte le vacche scappano, tre volte sono inseguite, tre volte il mandriano incontra il teschio. I Celti usavano il tre per potenziare un messaggio, un attributo, una facoltà. Dire tre volte significava elevare a potenza.
Il teschio, inoltre, “guarda” il mandriano. Non è morto, agisce: è la testa dell’oracolo, che sa ciò che sta lontano ed è capace di profetare.
Dalle teste recise i Celti si aspettavano molto. Narra una leggenda che i compagni di Bran, il benedetto, prendono con sè la testa del loro capo e questa procurerà loro 80 anni di vita paradisiaca.
C’era una volta un mandriano solitario, forse non un uomo cattivo, ma un solitario uomo dei boschi, adoratore di antiche divinità: un Pagà … e la storia continua.

Il tempo della follia dissolvente

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Da Coll a Muin. Con il primo giorno di settembre il calendario arboreo segna il passaggio dal periodo che cade sotto il segno del nocciolo (Coll, nell’alfabeto celtico degli alberi), iniziato il cinque di agosto, a quello della vite (Muin), che prende avvio il due di settembre e si conclude il 29 dello stesso mese.
Il nocciolo, albero discreto e frugale, si protende verso la luce attraverso le vegetazioni più dense e sembra impaziente di offrire i suoi frutti, che proprio in questo periodo giungono a maturazione e ai quali le credenze popolari attribuiscono molte virtù. La bacchetta di nocciolo è la bacchetta del mago. Di nocciolo sono i rami biforcuti con i quali i radiestesisti cercano l’acqua e, secondo la leggenda, anche i tesori nascosti. Per i Celti la nocciola era il frutto della saggezza e la conoscenza delle arti e delle scienze era legata al suo consumo.
Il periodo di Coll è dunque stagione di saggezza, di maturità, mentre quello introdotto dalla vite è tempo di gioia, d’allegrezza e d’ira. A settembre giunge a maturazione l’uva e il vino novello segna la fine del ciclo estivo e dei raccolti. Settembre è anche tempo di maturazione delle more, bacche del rovo, dalle quali si ottiene un vino prelibato e il rovo, nella tradizione, è sostitutivo della vite laddove i rigori del clima non consentono a quest’ultima di attecchire o di fruttificare.
Il rovo e la vite, le more e l’uva. La raccolta. La vendemmia. I campi si riempiono di uomini e donne affaccendati a trarre dai filari le uve da mosto, a trasportarle nei tini, dove il succo fermenta e si trasforma in vino. La vendemmia, la pigiatura, l’assaggio del mosto sono momenti di coralità e di festa, ma anche, nella tradizione antica, di celebrazione di riti, di abbandono al delirio mistico. Riti come i Baccanali, festività dedicate al dio Bacco-Dioniso, a cui sono sacri la vite e il vino. Dioniso, figlio di Zeus e di Semele, figlia di Cadmo e di Armonia, strappato dal seno della madre morta atterrita dai fulmini che circondavano il suo celeste amante, fu affidato a Ermes (Mercurio), dio dalle molte abilità, messaggero degli dei, associato al commercio, al furto; guida dei viandanti e, alchemicamente, principio umido e freddo, catalizzatore della Grande Opera.
A Dioniso, dunque, erano dedicati i Baccanali, durante i quali le Baccanti percorrevano le campagne lanciando grida rituali e al suo culto erano legati i Misteri, noti solo agli iniziati, quali erano, ad esempio, i Technistes, o Artisti dionisiaci, le cui confraternite erano presenti ad Atene. Nella campagne e nelle grotte dionisiache si svolgevano, di notte, per meglio mantenere il segreto, danze sacre e banchetti rituali, la cui sopravvivenza, nonostante i veti del Senato romano e della sopravveniente religione cristiana, si è spinta fin quasi ai giorni nostri, generando in qualche caso repressioni violente e accensione di roghi.
Il transito da agosto a settembre, da Coll a Muin, è quindi anche il passaggio dal tempo della saggezza a quello dell’istintualità, del delirio mistico, della gioia e della sfrenata allegria. Al discreto nocciolo, che cela nel suo duro e austero rivestimento il frutto della saggezza, subentra l’uva morbida e succosa, che inebria. Dopo il coagula, il solve. La follia dissolvente ammantata dai pampini di Bacco, continuerà nel tempo dell’edera, per finire con il novembrino sambuco selvatico (giunco), simbolo di regalità, del principio maschile e di restaurazione del potere saldamente fondato.

Il mago di Cerreto

Archiviato in: Il pennino di Ormus — Vate @ 2:21 pm

Narra la leggenda che dalla “Busa del mat”, sulle alture del Cerreto, che separa Bienno da Breno, di tanto in tanto esca un mago per fare razzia nelle campagne circostanti.
Cerreto, da cerrus, significa bosco di querce, le Quercus cerris, il cui legname è ottimo per le botti e per i raggi delle ruote e la cui corteccia, come quella di molte altre specie della quercia, veniva un tempo utilizzata per le sue proprietà toniche, astringenti, emostatiche e disintossicanti.
Il legno della quercia, nei tempi ormai andati, quando giungeva la ricorrenza di S.Giovanni, veniva utilizzato per i falò di mezza estate: riti druidici, come del resto un druida, più che un “mat” era probabilmente il riservato abitatore del Cerreto, il quale usciva dalla sua grotta non a far razzie per i campi, ma a cercare erbe, radici, cortecce, con le quali preparare medicamenti, secondo l’antichissima e ormai perduta sapienza farmacologica dei saggi del mondo celtico. Saggio e sapientissimo è infatti il significato di druida: dru-vid, il nostro “mat” che abitava sul Cerreto, un bosco di querce, sacro ai celti perchè composto dall’albero che sta al vertice della gerarchia vegetale e che fa da ponte tra il cielo, dove si ergono le sue maestose cime e la terra, dove affondano le sue potenti radici. Delle ghiande prodotte dalla quercia si nutrono i cinghiali e i druidi nutrono sè stessi della saggezza del legno, in un’allegoria che fa del cinghiale il simbolo sacerdotale.
Il Cerreto è dunque un “drunemeton”, un tempio druidico, un “frutteto meraviglioso”, che riproduce, nello spazio sacro e terreno del bosco di querce, l’ordine del cielo (nem).
Non è a caso, pertanto, che sul Cusen, vetta del Cerreto, ci sia “la pietra dell’altare”. Il nostro “mat” era un druida, i cui riti, ormai incomprensibili alle genti cristianizzate, siano apparsi come stravaganze, cose da matti.
Ritiratosi in una caverna protetta dal fitto bosco di querce quando la nuova religione stava conquistando la valle, il druida ha continuato la sua attività, probabilmente tramandandola ad altri, secondo il metodo della tradizione orale.
Lungo la catena iniziatica gran parte di quella sapienza antica, soprattutto nella sua parte più spirituale, s’è andata via via perdendo, mentre è rimasta ancora viva quella farmacologica e medica, più legata alle erbe, agli elisir, ai medicamenti. Una sapienza divenuta patrimonio di frati, di romiti, di guaritrici, ancora attivi sino a pochi decenni or sono. Alcuni di questi erboristi hanno condiviso la sorte del loro maestro, spesso considerati stravaganti, “macc”; a volte indemoniati, invasi da forze oscure che davano loro la capacità di guarire.
La superstizione è proprio questo: il tenere in considerazione solo gli scampoli di un mondo, quel che rimane e non comprenderne più il linguaggio, la valenza, la profondità. Il saggio diventa matto e la quercia, che con il suo frutto di saggezza dava, nell’allegoria, nutrimento al druida, diviene solo nutrice di cinghiali e poi, tristemente, legna da ardere.
Eppure una voce recita ancora per chi sa ascoltare: “Dei passi dell’agile quercia risuonano cielo e terra; Robusto Guardaportone è il suo nome in tutte le lingue”.

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