Silvano Danesi

Febbraio 10, 2016

La parola che crea

Archiviato in: Il pennino di Ormus — Vate @ 2:30 pm

Il primo atto del Creatore, secondo il Satapata Brahmana, fu di fondare la triplice scienza vedica, fondamento di ogni cosa e si narra che per farlo abbia faticato non poco. Il Creatore faticò ancora, fino a quando, per mezzo del Verbo (Vac) creò le acque e su di esse fondò il mondo: il tre volte tre.
Siamo nel periodo solstiziale, tempo di nascita e di rinascita e la splendida immagine, suggerita nel bel libro di Elémire Zolla, “La nube del telaio”, evoca altre immagini simili, come quella della tradizione cristiana con la quale inizia il Vangelo di San Giovanni: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui, neppure una delle cose create è stata fatta. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini. E la luce risplende fra le tenebre; ma le tenebre non l’hanno ricevuta”.
Nella tradizione iranica e secondo Zarathustra, Ahura Mazda risiedeva nella luce eterna formata dagli Amesha Spenta, gli Esseri di Luce). Egli conteneva i due elementi costitutivi di tutto quanto possa manifestarsi: la luce e le tenebre, il maschile e il femminile. L’atto della creazione consistette nella separazione, nella determinazione (nominare: il Verbo, è determinare) di due entità libere di attaccarlo, di confliggere. Senza separazione dall’unità primordiale non c’è creazione, in quanto questa è distinzione dal Creatore. La prima entità è la buona scelta, Spenta Mainyu, lo Spirito Santo, il Dio della luce; la seconda è la cattiva scelta, Ahriman, il Principe delle tenebre. La loro lotta continuerà sino a che durerà il mondo.
Ancora una volta tornano le stesse immagini, la stessa indistinta entità primordiale che tutto contiene e che si manifesta attraverso la distinzione, la denominazione. Il Verbo è lo strumento della creazione; la Parola il coltello della separazione.
Andiamo oltre oceano e vediamo cosa pensavano della creazione i Pellerossa.
“Prima che tutto cominciasse, esisteva solo Awonawilona (il Creatore, il Custode dell’universo). Fino ad allora, all’infuori di lui, non vie era nient’altro, tutto era nero, desolatamente vuoto. All’inizio della creazione Awonawilona meditò profondamente: i suoi pensieri volarono nello spazio, si formarono veli di nebbia e si alzarono vapori che aiutarono la crescita. In questo modo, grazie alla sua potente vista, il Custode dell’universo si fece persona e assunse le sembianze del Sole, che noi consideriamo nostro padre: in questo modo egli comparve e cominciò ad esistere. Al suo apparire, il cosmo si illuminò e le nubi si gonfiarono in cielo, finchè piovve. Sì, e con la pioggia nacque il mare che abbraccia il mondo intero. Quindi, con brandelli di carne tagliati dal proprio corpo, il Dio-Padre creò i semi per i due mondi e li gettò nelle grandi acque. Ecco che il calore della luce tinse di verde le acque del mare. Lontano si formò della schiuma che diede origine ad Awitelin Tsita, la quadruplice Madre Terra, e ad Apoyan Tä’chu, il sovrastante Padre Cielo. Mentre i due giacevano insieme nel grande mare, le acque si agitarono finchè crebbe la vita sulla terra”. (Fiabe e leggende di tutto il mondo - Pueblo-Hopi-Navajo, Oscar Mondadori).
Se la Parola crea separando, se la Vista trasforma la potenza in atto, perchè non chiudere gli occhi e la bocca e apprestarsi all’ascolto, per tentare di cogliere la musica dell’indistinto?

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