Silvano Danesi

Febbraio 10, 2016

La santa sequestrata

Archiviato in: Il pennino di Ormus — Vate @ 2:31 pm

“Sequestrata Santa Lucia”. “La santa, presa nottetempo, chiusa in un ripostiglio”. “I sequestratori chiedono un riscatto”.
Potrebbero essere questi il titolo, il sommario e l’occhiello di una notizia devastante per i sogni di molti bambini, ma c’è da star tranquilli: la Santa anche quest’anno passerà puntuale a consegnare i suoi doni ai piccoli di tutto il mondo. Tuttavia nel titolo gridato: “Sequestrata Santa Lucia”, c’è del vero. Il corpo della Santa, infatti, collocato nella chiesa di San Geremia, dopo che nel 1863 venne demolita la chiesa a lei dedicata per far posto all’omonima stazione ferroviaria, è stato trafugato qualche anno fa da ladri sacrileghi, i quali hanno minacciato di distruggerlo se non fossero state accolte le loro richieste di riscatto. Non furono però i ladri del ventesimo secolo a rinchiudere la Santa in un ripostiglio, ma le monache domenicane del Corpus Domini.
Nella seconda metà del Quattrocento, infatti, come narra Alvise Zorzi, nel suo bel saggio: “Canal Grande”, tra le monache di Santa Lucia e le consorelle domenicane del Corpus Domini erano scoppiate della furibonde liti a causa del possesso della Santa. Le domenicane, infatti, ne avevano ospitato le reliquie per qualche tempo e non rassegnandosi a perderle, una notte del 1476, una “pattuglia di converse del Corpus Domini era penetrata nella chiesa rivale, aveva rubato il corpo della Santa e l’aveva nascosto in un ripostiglio del convento. L’episodio - riferisce Alvise Zorzi - aveva fatto gran chiasso, i parrocchiani di Santa Lucia avevano invocato l’intervento del Consiglio dei Dieci, una rappresentanza del temuto Consiglio si era presentata alla grata del Corpus Domini, ma le monache non avevano voluto nemmeno dire dove fosse nascosta la reliquia. I Dieci, che non erano abituati a mancanze di rispetto, avevano allora ordinato che tutte le porte del Corpus Domini venissero murate, così che persone o cose non potessero entrarvi fino a quando non fosse restituito il maltolto. Era l’8 giugno 1476; due giorni dopo, alla vista dei muratori che arrivavano con rena, calcina e mattoni, le suore si arresero e lasciarono portar via il corpo conteso”.
La Santa Lucia del nostro ipotetico titolo gridato, protagonista, suo malgrado, di sequestri e di segregazioni, è la martire siracusana della tradizione cristiana.
Santa Lucia, però, è soprattutto la mitica figura di una giovinetta priva della vista, cieca come le giornate che stiamo trascorrendo, alle quali il sole si concede per poco, lasciando presto spazio alla tenebra notturna. Per contrasto con questa condizione, Lucia è colei che porta la luce; è la luce. Una luce che il giorno tredici di dicembre, quando il calendario non era ancora stato riformato, coincideva con quella, nascente, del solstizio d’inverno, ossia del momento nel quale la notte più lunga e il giorno più corto si passavano il testimone, per dare il via all’inversione del ciclo annuale. Dalle tenebre, la luce; dalla cecità degli occhi, la vista dell’intelletto; dal punto più basso della caduta, il cominciamento della rinascita.
Santa Lucia è dunque cara ai bambini, perchè porta doni; ai grandi, perchè porta la luce (… della mente, c’è da sperare); ai bresciani, in modo particolare, perchè li tiene in grande considerazione sin dai tempi dell’assedio del Piccinino, nel 1438, quando il condottiero, con quindicimila viscontei, si lanciò contro le mura orientali della città. Piccinino perse e Brescia decretò che quello di Lucia, il 13 dicembre, fosse giorno di festa.

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