Silvano Danesi

Febbraio 10, 2016

Le anime del Dos Vidal

Archiviato in: Il pennino di Ormus — Vate @ 2:32 pm

Narra la leggenda che a Breno, in uno spiazzo nel bosco del Dos Vidal, durante la notte le anime trapassate si dessero appuntamento.
Il proprietario del terreno, incuriosito, una notte decise di recarsi di nascosto a vedere cosa accadesse davvero in quel posto e se le dicerie corrispondessero a verità.
Giunto alla radura vide molta gente riunita, che scherzava e ballava, finchè una ragazza gli si avvicinò e gli chiese di ballare, cosa che egli fece di buon grado, anche se intimorito dall’inconsueto spettacolo. Dopo pochi passi di danza, tuttavia, il nostro temerario osservatore si rese conto che la giovane aveva i piedi di capra. Capì così che si trattava di uno spirito.
Strano racconto, questo, che mette assieme due elementi che nella letteratura popolare vengono solitamente tenuti distinti.
Le anime dei trapassati, infatti, quando non hanno trovato la pace, si mostrano singolarmente o in piccoli gruppi, dando luogo alla vasta casistica dei fantasmi e alle pratiche dello spiritismo.
Musiche e danze nelle radure, con esseri fatati dai piedi a forma di zoccolo caprino, evocano invece antichi riti relativi alla natura e alla fertilità. Essendo queste danze non delle baldorie profane, ma dei riti, come lo erano quelli delle baccanti in onore del dio Dioniso, si svolgevano in luoghi appartati, come possono esserlo le radure nei boschi, e durante le notti rischiarate dalla luna.
Il bosco è sacro e la radura, solitamente di forma circolare, è a sua volta un luogo magico. L’intera cerimonia, o meglio il rito, si svolge dunque entro uno spazio sacralizzato al quale è impedito e severamente vietato l’accesso ai profani, ossia ai comuni mortali, come il nostro proprietario terriero, i quali, come vuole la tradizione, da questi incontri determinati da curiosità possono trarne gran danno.
Nella zona delle Alpi, e quindi anche nel Bresciano, queste danze notturne vengono a volte indicate come “Menàde” e ancora oggi, nel dialetto, “menàda” sta a significare una situazione frenetica, ripetitiva, senza fine, irrazionale. Espressioni come: “L’è ‘na menàda”, indicano una situazione che esce dall’ordine delle cose, dal dominio di chi la vive e che pertanto infastidisce, come tutto ciò che non è possibile razionalizzare, riportare sotto controllo.
Menàda, così come le Menàde, le danze dei boschi, deriva da Ménadi, ossia da Baccanti ed evoca, dunque, i rituali delle sacerdotesse del dio Dioniso o Bacco.
Le Ménadi, Baccanti divine, rappresentate nude o rivestite di leggeri veli che ne lasciano intravedere le nudità, personificano gli spiriti orgiastici della natura. Vestite di pelli di animali selvatici, con le chiome sciolte, con il capo ornato di ghirlande d’edera intrecciata con erba di finocchio, con in mano un tirso, a volte suonando un flauto doppio o percuotendo un tamburello, si abbandonano a corse frenetiche e a danze il cui ritmo crescente porta all’estasi. Invase dal dio, che ispira loro una mistica follia, le Ménadi errano nella campagna, abbeverandosi alle fonti, dalle quali sgorgano latte e miele.
In epoca romana i baccanali furono in un primo tempo tollerati e poi aboliti e perseguitati, ma non cessarono di essere praticati, frammisti ad altri riti naturali, in luoghi appartati e poco accessibili. “Che menàde!”.

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