Silvano Danesi

Febbraio 10, 2016

Saviore, merlini e giganti

Archiviato in: Il pennino di Ormus — Vate @ 2:39 pm

Quando a Saviore venne edificata la parrocchiale di S.Giovanni Battista, furono usate le pietre del vecchio castello. Riportando una cronaca inedita del 1812, il Morandini, nel suo “Folklore di Valcamonica” (edito nel 1927 dalla Tipografia Camuna di Breno), narra che nell’occasione, nel 1750, venne trovato uno scheletro “portentoso in grandezza le cui tibie o stinco delle gambe misurandole cogli uomini attuali arrivavano in altezza quasi alla sommità del femore, l’altra ossatura era corrispondente…”.
Il castello sotto le cui rovine venne scoperto lo straordinario scheletro, sempre secondo il cronachista riportato dal Morandini, “portava il nome di Merlino, nè altro si ha dei suoi castellani che il nome di un certo Merlilo. Quel che ci conserva la tradizione e che è verosimile nel contesto delle cose è che rimonta a lontanissimi tempi e che li Castellani erano i Signori e i Tiranni del paese e che tutto era subordinato a questi Castelli e che sia per zelo di religione o per soverchia loro tirannia vennero distrutti. Specialmente il Merlino che fu incenerito a furia di popolo con i suoi castellani, nell’incontro particolarmente di una processione, in cui i Pagani violarono e derubarono le cattoliche fanciulle, da dove si ripete l’uso di questo paese di far marciare le giovani davanti gli uomini, affine di tenerle ben sott’occhio”.
Saviore, stando alle descrizioni del cronachista d’inizio Ottocento, potrebbe essere stata la terra nella quale si ergeva il castello del Merlino, ossia la sede del capo dei druidi. Merlino, infatti, passato nella leggenda a svolgere la funzione di mago e di stregone, nella realtà del mondo celtico pre-cristiano era il titolo che spettava al capo dei druidi, ossia dei “sapienti” che si occupavano del sacro, ma anche della letteratura e della musica, della giurisprudenza e della medicina e che controllavano che il potere profano, quello regale, non oltrepassasse i confini dettati dalle assemblee annuali nelle quali venivano stabilite le leggi valide per l’anno successivo.
E’ suggestivo, pertanto, pensare a Saviore come al luogo dove si ergeva la sede del Merlino: non un castello dal terrificante aspetto, ma un centro vivo di cultura, di preparazione dei nuovi druidi e di educazione in genere della gioventù.
I druidi, per diventare tali, studiavano come minimo vent’anni e poi si specializzavano. C’era chi si occupava dei riti sacri; chi della medicina; chi della giurisprudenza; chi dei vaticini e chi della musica. I bardi, suonatori delle arpe celtiche, il cui canto è sopravvissuto ai secoli e viene oggi riproposto nelle feste popolari armoricane e irlandesi, erano anch’essi druidi.
Non sorprende, pertanto, che la distruzione del castello di Saviore e dei suoi abitanti sia stata totale, fino all’incenerimento e che l’accusa, che la leggenda ha tramandato, sia stata quella di violenza alle fanciulle cristiane. Alla morte fisica doveva sopravvenire quella del ricordo e quand’anche questo non fosse del tutto svanito doveva essere un pessimo ricordo. Vae victis è la dura legge del mondo, ma la leggenda, per quanto forzata in un’unica direzione, porta sempre con sè suggestioni evocanti e capaci di rendere giustizia. Del resto, ricordiamolo, la tradizione vuole che i luoghi sacri vengano edificati su altri luoghi sacri e forse così è stato anche per la parrocchiale di Saviore.

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