Silvano Danesi

Ottobre 19, 2009

Bruno Boni

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Bruno Boni ha smesso il suo abito terreno. Un abito al quale era affezionato, come al suo paletot d’ordinanza.Il suo abito terreno era la sua immagine, la maschera con la quale ha calcato la scena del mondo, da primo attore, a volte da mattatore, sempre da grande professionista. Nei giorni dell’estremo saluto, di lui si sono ricordati l’abilità politica, l’ars oratoria e quella mediatoria, l’attaccamento alla democrazia, la capacità di governo. Tutti elementi connotativi della sua personalità e della sua vicenda pubblica. Si è detto del suo essere uomo del popolo, al popolo legato per intime assonanze. Si è riconosciuta la sua indipendenza, il suo essere custode dell’autonomia e della laicità delle istituzioni e del ruolo di chi le guida.C’è chi ne ha ricordato i meriti nella fase della ricostruzione post bellica e chi ne ha sottolineato l’impegno nell’armonizzare interessi in conflitto, nello sforzo costante di ricondurli a quello generale. Tutti pezzi importanti del suo vissuto.Si è detto che non ha preso la via dell’Urbe per essere primo in Gallia. Essere primo gli piaceva. Essere primattore? Forse si. Anche. Ma in quel suo attaccamento a Brescia c’era la fedeltà a se stesso.Boni era dotato di un’autoironia sottile, contagiosa per chi gli stava vicino ed ha avuto il privilegio di conoscerlo fuori dalla scena.Un’autoironia che a tratti rendeva palese la distinzione tra l’anima e il vestito. Ho più volte avuto l’impressione che si guardasse dal di fuori, con compiacimento, ma anche con distacco.La sua religiosità era tale nel senso più vero, nel sentirsi re-ligato al Tutto, nella consapevolezza che l’umana avventura è una vicenda che si può guardare come ad un’esperienza, da compiere fino in fondo, con impegno, ma anche con ironica benevolenza. Amava la vita come si ama una donna; sapendo che ti può lasciare, ma che tu continui ad esistere.Un giorno, parlando della vita e della sua fedele sorella, la morte, mi consigliò un racconto: “La leggenda del santo bevitore”, di Joseph Roth. Narra di un clochard con un grande, inscalfibile senso dell’onore, sensibile alle tentazioni quotidiane, eppure fedele al voto di restituire 200 franchi, avuti inaspettatamente in prestito da uno sconosciuto, alla piccola santa Teresa, nella chiesa di Santa Maria di Batignolles.Boni è stato fedele al suo compito, ma nonostante sia stato “il sindaco”, non si è mai confuso con il ruolo. Lo ha salvato l’ironia, quel suo guardarsi dal di fuori, quella sua intima certezza di essere altro.L’abito terreno lo ha indossato con piacere e lo ha lasciato con dignità. A rivederci, Professore. di Silvano Danesi  Da Apiarium numero 3 anno 2, marzo 1998

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