Silvano Danesi

Dicembre 13, 2009

Asinina, valle dei cervi 2

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I Fianna erano soldati scelti, professionisti di grandi capacità e valore; soldati sottoposti ad un’educazione ferrea e a prove iniziatiche, membri di una congregazione considerata un’istituzione onorevole, riconosciuta dalle leggi e considerata essenziale al benessere della comunità. Dal primo novembre, Samhain, al primo di maggio, Beltaine, ossia nel periodo scuro dell’anno, i Fianna “vivevano presso i villaggi, vegliavano sull’applicazione della giustizia, difendevano le vedove e gli orfani”[i]. Dal primo maggio al  primo novembre, ossia nella parte chiara, “cacciavano i cervi e i lupi, reprimevano i brigantaggi e aiutavano a riscuotere le imposte”.[ii]Lady Augusta Gregory, studiosa delle tradizioni celtiche, scrive in proposito: “A quel tempo, il numero dei Fianna d’Irlanda era di sette volte venti più dieci comandanti e ognuno di loro aveva tre volte nove guerrieri ai suoi ordini. E ognuno dei loro uomini era vincolato all’osservanza di tre cose, ossia: non appropriarsi del bestiame con la violenza, non rifiutare a nessuno bestiame o ricchezze, non indietreg­giare nemmeno davanti a nove nemici. Mai nessuno veniva accettato tra i Fianna se la sua tribù e la sua famiglia non garantivano che lui, anche se essi fossero stati uccisi tutti, non avrebbe cercato soddisfazione nel vendicare personalmente la loro morte. Del resto, se fosse stato lui ad arrecare danno ad altri, quel danno non sarebbe ricaduto sulla sua gente. E non ci fu mai nessuno che venne accolto tra i Fianna senza avere prima appreso i dodici libri della poesia. E ognuno, prima di essere accettato, veniva messo in una buca profonda del terreno fino alla cintola con in mano il proprio scudo e un’asta di avellano. Nove uomini si allontanavano dalla buca per una distanza di dieci solchi e poi, tutti insieme, gli sca­gliavano addosso le loro lance. E chi veniva ferito non era giudicato adatto ad unirsi ai Fianna. Dopo questa prova, ancora, ad ognuno venivano legati i capelli ed egli era costretto a correre per i boschi d’Irlanda e i Fianna lo inseguivano per tentare di ferirlo. Al momento di iniziare, tra loro e l’aspirante guerriero c’era la lunghezza di un ramo; e se essi lo raggiungevano e lo ferivano, o se solo gli tremava la mano armata di lancia, o se il ramo di un albero scioglieva le trecce dei suoi capelli, o se egli spezzava un ramo secco sotto i piedi mentre correva, ebbene, non gli veniva concesso di unirsi a loro. Ed essi non l’avrebbero accolto tra di loro se egli non avesse fatto un salto su un bastone alto come lui, se non si fosse piegato portando una gamba dietro alla testa e si fosse tolto dal piede una spina con le unghie per poi rimettersi a correre ancora più velocemente. Ma se riusciva a fare tutte queste cose, egli diventava uno dei Fianna”[iii].Chi aspirava ad essere un Fianna doveva non solo essere un valoroso guerriero, ma anche un poeta, ovvero un bardo. Il Fianna è dunque un iniziato prossimo ai druidi, i quali non erano solamente sapienti, poeti, musicisti, uomini d’arte e sacerdoti, ma anche guerrieri, nonostante fossero dispensati dal portare le armi e dall’andare in guerra. Quindi, come fanno notare Le Roux e Guyonvarc’h “la condizione sociale del druida è diversa da quella del flamen romano e da quella del brahmano indù, i quali non hanno il diritto di battersi e nemmeno quello di vedere una schiera armata. Lo statuto del druida riflette uno stato singolarmente arcaico, anteriore alla separazione dell’autorità spirituale dal potere temporale”. [iv] Il prototipo del druida guerriero è Cathbad, padre del re Conchobor[v], il primo dei druidi dell’Ulster.  Cathbad è druida o guerriero a seconda delle circostanze, ma egli riunisce in sé le due valenze. “Il potere guerriero di Cathbad è intimamente connesso con la sua persona e con il suo sacerdozio …. Per contro, un tratto caratteristico dei guerrieri è che essi devono essere poeti”[vi]. “In Gallia i druidi non erano diversi: proprio in quanto druida e, secondo Cesare, politico influente, Diviziaco comanda un corpo di cavalleria”[vii].   Una leggenda irlandese ci rende noto l’equipaggiamento di un druida mitico, Mog Ruith, che va alla guerra con lo scudo multicolore e stellato, munito di un cerchio di candido argento, con una spada da eroe dalla grande impugnatura al fianco sinistro, con due lance nemiche e avvelenate in mano”. [viii]I druidi della parte avversa a quella di Mog Ruith, non sono da meno. Colptha sospende al braccio sinistro il suo scudo nero e funesto, che misurava centoventi piedi di circonferenza e aveva un cerchio di ferro. Impugna la sua spada pesante e tagliente, che aveva richiesto trenta masse di metallo incandescente, e ha le sue due lance nere e scure in mano. Anche Medhran è un druida guerriero. “Guerriero dai capelli biondi e inanellati e di amabile aspetto era il druida di Medhon Mairtine, chiamato Medhran il druida”. [ix]  D’altro canto il celebre comandante dei Fianna, Fin mac Cumaill, era dotato di veggenza ed era capace di usare il teinm laegda o “illuminazione di canto”.[x] I Celti prendevano la guerra come un gioco dalle regole ferree: “era il fìr fer (letteralmente “la verità degli uomini”). Per mutuo consenso lo scontro degli eserciti contendenti veniva convertito in una lotta tra due campioni delle parti avverse, la singolare tenzone, che è presente così frequentemente nella letteratura dai poemi epici irlandesi, come il Tain Bo Cualnge (Il furto dei buoi di Cooley), fino alla leggenda medievale arturiana”[xi]  Anche i Gesati, che combattevano nudi, sono, nel mondo celtico, guerrieri professionisti, “che vendevano la loro esperienza a chiunque volesse ingaggiarli. Potremmo capire facilmente il loro ruolo se li paragonassimo ai samurai”. [xii] I Gesati erano una popolazione gallica originaria della valle del Rodano, migrata in Gallia cisalpina nel III secolo a.C., a più riprese. Erano famosi perché combattevano completamente nudi con il solo torque al collo. Nel 225 a.C. figurano, insieme a Boi, Insubri, Taurisci e Taurini, nella coalizione di tribù celtiche che fu sconfitta dai Romani nella Battaglia di Talamone. Plutarco racconta in dettaglio di come i Gesati, sotto la guida di Viridomaro, attraversarono le Alpi provenendo dalla valle del Rodano e sollevarono gli Insubri della Gallia cisalpina. Contro di loro mosse il console Marco Claudio Marcello, che li annientò nella battaglia di Clastidium (1 marzo 222 a.C.)È possibile che il nome Gesati non indicasse uno specifico popolo ma genericamente un tipo di soldati mercenari (da gaesum, sorta di giavellotto, la loro arma caratteristica).Dei Gesati parla Polibio (Storie, II,22, 23): “I più grandi di questo popolo, gli Insubri e i Boi, si concertarono e mandarono degli inviati presso i Galli che abitavano lungo le Alpi e il Rodano, quelli che sono chiamati, perché facevano la guerra per soldo, Gesati - è il significato della parola… I Galli Gesati, dopo aver messo in piedi una armata, magnifica e potente, valicate le Alpi, arrivarono al Po otto anni dopo (nel 225 a.C.) la spartizione del paese (tra i coloni romani)2. Strabone (Geografia, V-6) scrive: “Anticamente, dunque, come ho detto, la regione intorno al Po era abitata per la maggior parte dai Celti. Le stirpi più importanti tra i Celti erano quelle dei Boi e degli Insubri e, inoltre, quelle dei Senoni che con i Gesati avevano occupato al primo assalto la città dei Romani. Questi popoli furono completamente distrutti dai Romani e i Boi furono cacciati dalle proprie sedi. Essi andarono ad insediarsi nelle regioni dell’Istro e qui abitarono insieme con i Taurisci, combattendo contro i Daci finché tutta la loro stirpe fu sterminata. Abbandonarono così, come pascolo per i popoli vicini, quella terra che faceva parte dell’Illliria. Gli Insubri, invece, ci sono ancora oggi. Essi avevano come metropoli Mediolanum, che anticamente era un villaggio (tutti infatti abitavano sparsi in villaggi); ora invece è una città importante, al di là del Po, quasi ai piedi delle Alpi”.Théodore Hersart de La Villemarqué, nel suo Barzhaz Breizh, richiamando l’antica legge dei bardi, della quale si trovano echi in autori come Moelmud e Hoel le Bon, scrive: “Secondo questa legge, il dovere dei bardi è di divulgare e di mantenere tutte le conoscenze della natura volte a estendere l’amore della virtù e della saggezza” [xiii].Rapporto con la conoscenza, quello della filosofia druidica, che ritroviamo affermato anche nella mitologia relativa ai Tuatha De Danann, il Popolo degli Dèi di Dana, arrivati, come scrive Lady Augusta Gregory, dal Nord. “E nelle terre dalle quali venivano, essi avevano quattro città in cui combattevano le loro battaglie in nome del sapere: la grande Falias, la scintillante Gorias, Finias e la ricca Murias che si trovava a sud. E in quelle città essi avevano quattro uomini saggi che insegnavano ai loro giovani la manualità, la conoscenza e la saggezza assoluta: Senias a Murias; Arias, il biondo poeta, a Finias; Urias, dall’animo nobile, a Gorias; e Morias a Falias. Essi portarono da quelle quattro città i loro quattro tesori: da Falias la Pietra della Virtù, chiamata la Lia Fail (la Pietra del Destino); da Gorias una Spada; da Finias una Lancia della Vittoria; e da Murias il quarto tesoro, il Calderone, che mai lasciò andar via insoddisfatti gli ospiti”.Sono i tesori che ritroveremo puntualmente nel ciclo del Graal, che rivela in tutta evidenza la sua derivazione dalla tradizione druidica. Lug, la più importante divinità maschile celtica, presentandosi a Teamhair (Tara) il centro sacro d’Irlanda, dove non può entrare chi è senz’arte, dice al guardiano di essere esperto in tutte le arti (Ildánach, Maestro di tutte le arti) e viene messo da Nuada (l’equivalente del Re Pescatore del ciclo arturiano) alla prova della scacchiera e avendo vinto tutte le partite gli viene concesso di sedersi sullo “Scranno della conoscenza”.      La conoscenza è il punto più alto da raggiungere per chiunque si avvii sui sentieri dell’Arte e non è un caso che il termine fidchell (in gallese gwyddbywyll), sia letteralmente “saggezza del legno”[xiv] e richiami sia l’idea della saggezza, sia il supporto di legno di una sorta di gioco degli scacchi in cui un pezzo con il valore di re (banàan) deve scappare verso il lato del piano, cosa che i pezzi opposti, i fian o gwerin, devono impedirgli. Fian (plurale Fiana o Fianna) indica, pertanto, al contempo, i pezzi del gioco del fidchell, ossia del gioco della conoscenza e il corpo scelto dei guerrieri iniziati dei Celti. I Fianna, del resto, sono strettamente imparentati con i Tuatha De Danann e, in particolare, con Lug. “In quanto alla madre di Lugh, che era la bella e alta Ethlinn, ella venne a Teamhair dopo la battaglia di Mag Tuiread ed egli la diede in sposa a Tagd, figlio di Nuada. E i figli che nacquero da loro furono Muirne, madre di Finn, il capo dei Fianna d’Irlanda, e Tuiren, madre di Bran”.[xv] Finn, il comandante dei Fianna è dunque figlio della figlia della madre di Lug, il quale si presenta come il figlio paredro della Dèa Madre, che qui compare come la bella Ethlinn. La mitologia relativa ai Fianna li evidenzia come protagonisti dell’incontro scontro tra l’antica civiltà della Dèa del Neolitico e dell’Età del Bronzo e gli invasori indoeuropei. I Fianna, le cui schiere appartengono ai Gaeli, si scontrano con i guerrieri dei Tuatha De Danann, ma tra di loro ci sono matrimoni e figli che hanno padri e madri appartenenti alle due civiltà. Lo stesso Finn è, infatti, come abbiamo visto, anche di sangue Tuatha. Lug è per molti versi assimilabile al Dio Cornuto (Kernunnos, Pasupati, Basa-Jaun, Hou, Puck, in seguito Robin, Robin Goodfellow, sempre vestito di verde, il colore delle fate e dell’Altromondo) che dalle lontane origine del Paleolitico è arrivato sino a noi nei riti agresti che la Chiesa ha condannato come diabolici, mettendo al rogo coloro che li praticavano, fedeli all’Antica Religione.  Popolazioni del Neolitico e popolazioni indoeuropee si sono combattute e amalgamate, come ben spiega Margaret A. Murray nella realtà e nel mito, dando origine al substrato mitico e leggendario che ritroveremo come parte essenziale del ciclo arturiano e di tutta la letteratura ad esso connessa. Finn, figlio di Cumhal, è il comandante dei Fianna e rimane tale fino alla morte. “Egli fu re, veggente, poeta, druido e uomo sagace”[xvi] e si circondò di druidi, poeti, musicisti, guaritori. Come Taliesin, che succhiandosi il dito scottato da tre gocce del calderone di Keridwen acquisì la Conoscenza, così Finn, arrostendo il Salmone per Finegas, presso il quale si era recato per apprendere la poesia, si scotta e mettendosi il dito in bocca ne acquisisce la Conoscenza.[xvii] Non solo, ma alla Fonte della Luna, sorvegliata dalle tre figlie di Beag, figlio di Buan dei Tuatha De Danann, al quale la fonte apparteneva, una goccia d’acqua gli va in bocca e Finn acquisisce la saggezza.   Finn è dunque un iniziato, divenuto come un bambino (il dito in bocca), dunque innocente e sgombro da schemi e pregiudizi.  Jean Markale fa notare che Finn, il cui nome significa bianco, è un eroe solare (come Mabon), “uccisore di mostri e cacciatore, nonché riparatore di torti. L’organizzazione che egli dirige è una delle più singolari e prefigura talune società cavalleresche medievali forse anche un ordine simile a quello dei Templari”. [xviii] “Le condizioni per entrare nel gruppo dei Feniani – osserva Markale – erano assai precise: un guerriero non doveva mai sposare una donna per la dote, ma per le sue qualità, mai violentare una donna, non rifiutare mai di dare oggetti preziosi o cibo a chi li chiedesse (obbligo del dono) e non fuggire mai davanti a meno di dieci avversari. Doveva inoltre  farsi ricevere nel novero dei fili (poeti scienziati), subire ardue prove fisiche, difendersi con uno scudo e un bastone di nocciolo contro nove guerrieri che scagliavano tutti insieme contro di lui i loro giavellotti, sottrarsi attraverso i boschi a tutti i Feniani riuniti, mai tenere le armi con mani tremanti, mai spezzare un ramoscello sotto i piedi, saltare per un’altezza pari alla sua statura, piegarsi sulle ginocchia, togliersi, in corsa, una spina dal piede senza fermarsi. Sottoposti a tali condizioni, i Feniani erano evidentemente un gruppo scelto, e numerose saghe ispiratrici dell’Ossian di Macpherson espongono le loro avventure”. [xix]A Finn appartengono un boccale che è sempre pieno, come il Calderone dei Tuatha e un piccolo coltello delle spartizioni, con il quale se si fa un piccolo taglio su un osso si ottiene la carne più buona del mondo.  Altri Fianna famosi sono Goll, figlio di Morna, Caoilte, figlio di Ronan e il figlio di Lughaid. Goll possiede una scacchiera di Nome Salustairtech (Oggetto scintillante), che dopo la sua morte viene sepolta a Slieve Baune. Caoilte conosce tutte le creature selvatiche d’Irlanda  e l’uso delle erbe druidiche.C’è anche Almhuinn, un giovane vestito di pelli di animali dalle doti prodigiose e ci sono Dubh, Dun e Glasan.  A servire Finn troviamo anche un uomo dai capelli rossi, che dopo vent’anni di servizio, all’inizio del ventunesimo muore e un altro, chiamato Crinale Rosso. Ad insegnare l’uso delle armi a Diarmuid, altro eroe dei Fianna, fu lo stesso Manannan, divinità dei Tuatha, “ e fu sempre lui ad insegnare a Cu Chulainn l’uso della Gae Bulg”.[xx] Cu Chulainn, figlio di Lug, è l’eroe celtico per eccellenza. Finn a volte è accompagnato da dodici Fianna, come Artù dai Cavalieri della Tavola Rotonda. I rapporti di Finn con il Sidhe, dove si sono ritirati i Tuatha dalle magiche arti è continuo: “…ad un tratto, giunse una figlia di Mongan del Sidhe per portargli una pietra piatta avvolta con una catena d’oro. Allora egli prese la pietra e, grazie ad essa, compì grandi imprese. E dopo il combattimento, la pietra fini nel guado che prese il nome di Ath Liagh Finn (il Guado della Pietra di Finn). Sappiate che quella pietra non verrà mai più trovata finché non la troveranno le Donne delle Onde che la riporteranno sulla terra ferma una domenica mattina. E da quel giorno passeranno sette anni e poi il mondo finirà. [xxi] I Fianna si dividono in sette battaglioni, hanno un corno, il Dord Fiann che è il loro strumento di richiamo, ma dord significa suono, mormorio, canto e quindi il Dord Fiann è anche il canto dei Fianna.  


[i] Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia, Edizioni Età dell’Acquario[ii] Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia, Edizioni Età dell’Acquario[iii] Lady Augusta Gregory, Dei e guerrieri – I Fianna – Edizioni Studio Tesi – Pordenone - 1986[iv] F. Le Roux – C.J. Guyonvarc’h, I Druidi, Ecig – nota a pagina 156[v] Vedi la saga irlandese di Cu Chulainn, Mondadori a cura di Gabriella Agrati e maria Letizia Magini.[vi] F. Le Roux – C.J. Guyonvarc’h, I Druidi, Ecig[vii] F. Le Roux – C.J. Guyonvarc’h, I Druidi, Ecig[viii] F. Le Roux – C.J. Guyonvarc’h, I Druidi, Ecig –  [ix] F. Le Roux – C.J. Guyonvarc’h, I Druidi, Ecig –  [x] F. Le Roux – C.J. Guyonvarc’h, I Druidi, Ecig –  [xi] Ward Rutherford, Tradizioni celtiche, Tea[xii] Berreford Ellis, Il segreto dei druidi, Piemme[xiii] Théodore Hersart del La Villemarqué, Barzhaz Breizh, Coop Breizh[xiv] Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia, Edizioni Età dell’Acquario[xv] Lady Augusta Gregory, Dei e guerrieri, I Fianna, Edizioni Studio Tesi - Pordenone[xvi] Lady Augusta Gregory, Dei e guerrieri, I Fianna, Edizioni Studio Tesi - Pordenone[xvii] Nella cultura druidica il salmone è simbolo di conoscenza.[xviii] Jean Markale, I Celti, Mondadori[xix] Jean Markale, I Celti, Mondadori[xx] Lady Augusta Gregory, Dei e guerrieri, I Fianna, Edizioni Studio Tesi - Pordenone[xxi] Lady Augusta Gregory, Dei e guerrieri, I Fianna, Edizioni Studio Tesi - Pordenone

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