Silvano Danesi

Settembre 13, 2011

Gabriele Rosa

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Gabriele Rosa

Loggia Arnaldo (Oriente di Brescia)

“La Arnaldo – scrive Luigio Polo Friz - vantò fra le sue schiere un reduce dello Spielberg, Gabriele Rosa che, nel 1860 offerse a Frapolli la prima candidatura al Parlamento”. [i]

Notizia dell’ esistenza della loggia si ha negli annuari del 1863 del Grande Oriente d’Italia, che indica in Ippolito Bargnani il maestro venerabile. Bargnani viene citato anche in una nota del prefetto di Brescia dell’8 febbraio 1864 nella quale il “direttore della Gazzetta Provinciale” figura fra i “confratelli” influenti della loggia . Di altre logge all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia non si ha notizia certa. Pare tuttavia che nel 1882, pochi mesi prima dell’inaugurazione del monumento ad Arnaldo, l’ex duumviro avvocato Carlo Cassola avesse dato vita, con l’aiuto di Gabriele Rosa, ad un’altra loggia con lo scopo di riunire i massoni dispersi. (Silvano Danesi - All’Oriente di Brescia - Edimai - Roma -1993

Iseano di nascita, vide la luce il 20 novembre 1812, da Gianbattista e Giuseppina Cerroni, originaria di Orzinuovi. Ricevette l’istruzione elementare nel paese d’origine e successivamente a Bergamo. Frequentò a Iseo le scuole ginnasio. Fu la madre che esercitava la professione di sarta ad indirizzarlo nell’amore per la conoscenza sottoponendogli libri di ogni genere.

Dopo la morte della madre dovette abbandonare gli studi regolari per aiutare il padre nella bottega di fornaio, studiando in ogni caso da solo il latino di francese e frequentando ambienti intellettuali.

Il suo sodalizio con i medici iseani Ippolito Bargnani, Carlo Cernuschi ed Andrea Nulli, nonchè con Gianbattista Cavallini, gli fece conoscere il patriottismo Mazziniano.

Da quest’ultimo fu affiliato alla Giovane Italia, nella quale si impegnò attivamente per creare una rete di collegamenti in Valcamonica, sul lago d’Iseo e a Bergamo.

Tradito da un certo Foresti di Tavernola, praticante di farmacia, fu arrestato, pur malato di vaiolo e tradotto in barella nelle carceri d’Iseo, per essere poi trasferito a Milano nelle carceri di Santa Margherita.

Subì il processo preceduto dal lunghissimi interrogatori nella fase istruttoria. Condannato al patibolo il 21 aprile 1835, si vide commutare la pena in tre anni di carcere duro allo Spielberg, che affrontò con animo forte.

Liberato il 20 aprile 1838 tornò a Iseo dove riprese gli studi.

Per vivere divenne scrivano di alcuni avvocati tra i quali il Beluschi ed il Veschini ed intrattenendo corrispondenza con gli Ugoni e Luigi Lechi.

Pubblicò in quegli anni ne’ “Il Politecnico” di Cattaneo una dissertazione sulle origini della siderurgia in Lombardia.

Fu sposato per alcuni anni con Clarice Borni, che lo lasciò ben presto vedovo con una figlioletta in tenera età.

Attraverso Luigi Lechi potè viaggiare in Svizzera ed in Francia dove conobbe nuovi ambienti, nuove culture.

A Parigi conobbe emigrati italiani e frequentò gli ambienti culturali particolarmente vivaci della capitale francese.

Dopo l’elezione di Pio IX°, fu, come molti patrioti, affascinato dalla personalità del Papa, ma nel 1848 si riaccesero in lui gli spiriti rivoluzionari e con il fratello Francesco spiegò il tricolore ad Iseo,durante una manifestazione patriottica, davanti un gruppo di persone.

Rifugiatosi in Piemonte partecipò a pieno titolo al movimento del ‘48, unendosi ad una colonna di soccorso che era destinata a sostenere gli insorti di Milano, dove poté entrare dopo che gli austriaci erano usciti da porta Ticinese.

Qui con il Tenca stampò il giornale “22 marzo”. Dopo Custoza fu chiamato dal generale Griffini a Brescia dove ottenne la carica di segretario generale del governo provvisorio che tuttavia durò brevissimo tempo.

Scrisse in difesa del governo Griffini ed accompagnò lo stesso durante la ritirata fino in Svizzera.

Tornato in Italia tentò con scarso successo di sollevare le valli bresciane e bergamasche; il moto falli per scarsa organizzazione.

Cooperò nel 1849 alla sollevazione di Bergamo, ma ritornò a Brescia dove partecipò, in ruolo minore, alle Dieci Giornate. Attese la liberazione della Lombardia dedicandosi ad una vasta attività di pubblicista. Il 1859 lo colse a Bergamo dove simpatizzò per Garibaldi e fece parte del governo provvisorio. Vittorio Emanuele gli conferì alla fine dell’anno l’ordine dei santi Maurizio e Lazzaro, mentre l’anno seguente ricevette la nomina provveditore di studi di Bergamo.

Nei giorni precedenti all’insurrezione troviamo notizia di Francesco e Gabriele Rosa, i quali piantano a Iseo l’albero della libertà in cima al quale sventola la bandiera tricolore e distribuiscono, e fanno distribuire, le coccarde patriottiche. Quei simboli apparvero in tutta la Valle Camonica ove furono svuotati clandestinamente i depositi governativi delle polveri di Breno oltre a quelli di Iseo. E da Pisogne, Darfo e Breno partirono gruppi d’uomini. Iseo fu un centro importante di smistamento e di informazioni. 

Lasciava ogni attività nel 1866 ritirandosi ad Iseo presso la figlia Erminia e dedicandosi alla pubblicistica.

Fino al 1886 fu consigliere provinciale di Brescia, rivestendo anche la carica di deputato provinciale e di vicepresidente della deputazione stessa.

Politicamente la sua azione rimase all’interno del gruppo zanardelliano, sia pure con idee ed azioni con venature più radicali.

Fu l’involuzione del governo De’ Pretis, che successivamente al 1877, lo indusse a dare vita ad un circolo repubblicano che fu fonte della proposta di un congresso nazionale delle associazioni repubblicane al quale egli stesso partecipò.

Mentre teneva i rapporti con giovani politici come Filippo Turati e Leonida Bissolati, il  Rosa si impegnò a fondo nella battaglia per la riforma elettorale, costituendo con Giuseppe Barboglio ad Onorato Comini e pochi altri la società politico-democratica dei non elettori che propugnava tra l’altro il diritto di elettorato per tutti.

Anticlericale e massone, tenne 16 agosto, il discorso inaugurale del monumento ad Arnaldo da Brescia, eretto a simbolo della Brescia laica ed anti romana contro il mondo cattolico. Tra i suoi discorsi politici risalta anche quello pronunciato in occasione del 25º delle Dieci Giornate presso il cimitero Vantiniano.

Attivo anche nell’ambito culturale, Gabriele Rosa, fu socio dell’Ateneo a partire dal 1845.Di questo organismo fu più volte presidente e vice presidente a partire dal 1867 fino al 1890. Attivo fino alla fine del 1895, vide la nascita del partito Repubblicano, per quale venne nominato presidente del comitato generale. Passò gli ultimi anni quasi soltanto ad Iseo attuando fino all’ultimo una notevole attivismo. Qui morì nel 1897. Le sue opere sono numerosissime. L’Ateneo di Brescia nel necrologio pubblicato nel 1897 elenca ben 237 titoli.

Ricordiamo tra gli altri l’autobiografia, la “Commemorazione di Carlo Cattaneo”, “La storia naturale della civiltà”, “Le origini della civiltà in Europa”, “Gli Stati Uniti d’America e la Russia”.

Nel 1909 gli fu intitolata a Brescia l’omonima via. Nel 1912 la città d’Iseo gli erigeva un monumento opera dello scultore Ettore Ferrari.

 

 




[i] Luigi Polo Friz, La Massoneria italiana nel decennio post unitario, Lodovico Frapolli, Franco Angeli, pag 208 nota 5

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