Silvano Danesi

Dicembre 6, 2015

GralDrui, istituzione iniziatica

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La presenza, nel panorama europeo delle istituzioni iniziatiche che si richiamano alla tradizione druidica, della Gran Loggia Druidica d’Italia (GralDrui), risponde ad una duplice necessità: quella di un corretto posizionamento storico del Druidismo (spesso confuso con il Celtismo), con la conseguente analisi filologica della documentazione relativa a quanto ci è dato di conoscere dell’antica tradizione druidica; quella della rivisitazione di una delle radici più significative della tradizione massonica, figlia, per diretta trasmissione iniziatica, di quella druidica.

Celtismo e Druidismo non sono sovrapponibili. Il Druidismo è anteriore all’arrivo in Europa degli indoeuropei, dei quali i Celti sono solo una delle popolazioni. La civiltà celtica si afferma a partire dal VI secolo a.C. (Hallstatt, La Tène, Golasecca) e, dopo la sua fase di maturità, dal primo secolo a.C.,  incontrando altre culture, dà origine, per citare alcuni esempi, alla cultura gallo romana, a quella celtibera, a quella celtico pitta, a quella celto-ligure, a quella celto picena.  

Chiunque abbia posto minimamente attenzione alla storia d’Irlanda e alla sua mitologia conosce il fatto, assai significativo per il Druidismo, che i Milesi, ossia i Celti, hanno sconfitto i Tuatha Dé Danann, ossia il Popolo degli Dèi di Dana, il quale è divenuto il mitico Piccolo Popolo Fatato. In altri termini: le popolazioni indoeuropee si sono sovrapposte a quelle autoctone dell’Europa neolitica. Il Druidismo comprende tradizioni e ritualità connesse, per fare un solo esempio evidente, a divinità femminili come Dana, Brighit, Morrigan, che sono appartenenti alla tradizione neolitica della Dèa Madre, ossia ai Tuatha Dè Danann. Il Druidismo, conseguentemente, non è comprimibile nel Celtismo.

Alcune tradizioni di grande significato nel Druidismo, come la ricorrenza rituale di Samain, hanno il loro fondamento nella tradizione basca. Gli antichi Baschi veneravano la memoria dei defunti il primo di novembre, giorno d’inizio della festa d’inverno, con l’accensione di sottili candele (argizaiolak), conformemente ad una rituale prescrizione o norma di «illuminare i morti almeno con una candela» e usavano depositare sulle finestre offerte commestibili per i defunti.

Vi è, inoltre, una precisa corrispondenza tra l’idea dell’Aldilà proposta dal Druidismo e quella che ci giunge dalla tradizione basca.

Come spiega José Miguel de Barandarian, uno dei maggiori studiosi della mitologia basca, “secondo una frase popolare, il reale comprende non solo quanto percepiscono i sensi e congettura e assicura la ragione, ma anche tutto ciò che ha un nome. Izena duen gutzia omen da si dice correntemente, il ché significa che ad ogni nome corrisponde un essere”. [1]

I Baschi distinguevano tra il mondo naturale (berezko), conoscibile e affrontabile con gli strumenti naturali e il mondo soprannaturale (aideko) affrontabile con la magia, dove la magia è la capacità di rapportarsi a forze e dimensioni non categorizzabili nel misurabile, secondo i parametri dei cinque sensi e delle loro estensioni strumentali.

Il legame tra le cose e le loro rappresentazioni era chiamato Adur. “La forza magica Adur – scrive in proposito Carlo Barbera (Gli indios dei Pirenei) – è la consapevolezza che ogni cosa esistente in questa dimensione possiede un corrispondente vibratorio che appartiene ad un’altra dimensione, connessa alla prima da precisi vincoli causali che le rendono fra loro come il soggetto e l’immagine di esso riflessa nello specchio”.

Qui mi fermo, rinviando chi volesse approfondire, alla vasta letteratura disponibile e ai miei “Tu sei Pietra” e “La via druidica 1° e 2° volume”.

 La tradizione druidica, fissata nel ponderoso corpus delle leggende, dei miti e anche delle storie, ormai disponibile grazie ai molti studi effettuati da esperti e da cultori della materia, è stata tramandata, in parte, anche attraverso la civiltà irlandese, che si è sovrapposta a quella dei Pitti in Scozia e che ha dato origine a una regalità sacra che da re Mc Alpin, fino a re Giacomo VI Stuart è stata ininterrotta nei secoli ed è giunta fino al 1600.

 Nel 1286 la Loggia di Kilwinning, considerata dalla tradizione massonica Loggia Madre,  ebbe come Gran Maestro un Lord Stewart di Scozia, ossia un Regio Stewart (maggiordomo di palazzo), carica istituita da re David, in seguito divenuta ereditaria, ed assegnata a Walter fitz Alan, di discendenza bretone celtica e scozzese, la cui linea di sangue risale a re Alpin e ai Siniscalchi di Dol.

Quando la figlia di re Robert Bruce sposerà Walter lo Stewart, dai maggiordomi di palazzo di discendenza regale avrà inizio la dinastia Stuart.

La carica di Gran Maestro della Loggia di Kilwinning è stata pertanto conferita a un Lord Stewart di nomina regale celtica e di sangue regale celtico.

E’, dunque, un re celtico, Davide, incoronato con rito cristiano e con l’antico rito druidico sulla Pietra di Scone, ad istituire gli Stewart ed è, in seguito, uno Stewart ad assumere la carica di Gran Maestro della Massoneria, riconoscendo,  in tal modo, e legittimando la tradizione massonica e incardinandola in quella druidica.

Tra regalità tradizionale celtica e Massoneria si stabilisce un rapporto che dura, ininterrotto, sino al 1717, quando la dinastia degli Hannover, dopo essersi sostituita a quella degli Stuart, si arrogherà il diritto di istituire una Gran Loggia, affidando ad un pastore protestante la stesura di nuove costituzioni per l’istituzione massonica.

 Non a caso, allorquando il 24 giugno del 1717, (festività di san Giovanni d’estate, ossia del Re d’estate) alla taverna “L’Oca e la Griglia” a Londra si riuniscono quattro logge massoniche per dare vita alla Gran Loggia d’Inghilterra, connotata dalla sua fedeltà alla dinastia Hannover e con caratterizzazioni protestanti, il 22 settembre 1717 (equinozio di autunno) John Toland, irlandese di Londonderry, riunisce alla Taverna del Melo, a Londra, i delegati delle dieci contee del Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda e i delegati della Bretagna armoricana per costituire una federazione di “boschetti” nell’Ancient Druid Order, dopo che era stato preso solenne impegno in tal senso il 21 settembre del 1716 sulla Primrose Hill.

La ripresa di interesse per il Druidismo nel ‘600 è dovuta allo scozzese John Aubrey, che scrive il “Temple Druidum”. Aubrey è massone e capo del “boschetto druidico” Mount Haemus di Oxford. Questo boschetto, del quale è segnalata l’esistenza sin dal 1245 e che aveva continuato ad esistere nella clandestinità, era stato restaurato con lo stesso nome e annoverava tra i suoi membri Elias Ashmole (1617-1692), umanista, membro della Royal Society, iniziato alla Massoneria il 16 ottobre 1646, autore del Theatrum chemicum britannicum e di gran parte della ritualistica massonica del XVII secolo.  

Il rapporto tra Druidismo e Massoneria è ampiamente trattato nel mio: “Le radici scozzesi della Massoneria”, al quale rinvio chi volesse approfondire l’argomento.

 La Gran Loggia Druidica d’Italia si colloca sul carrobbio delle grandi tradizioni che hanno dato vita al Druidismo, per continuarle nella forma più tradizionale possibile, anche se è necessario che la Tradizione sia rapportata alle necessità del nostro tempo, altrimenti si isterilisce in una pura rievocazione di tempi passati.

 Vale per il Druidismo quanto un grande studioso delle tradizioni iniziatiche come René Guénon afferma a proposito della Tradizione massonica.

René Guénon, su La Gnose, nell’aprile 1910, scrive, sotto la firma di Palingenius, un interessante articolo sulla regolarità massonica. “Si è tanto scritto – afferma Guénon – sulla questione della regolarità massonica, e se ne sono date in proposito tante definizioni differenti ed anche contraddittorie, che questo problema, ben lungi dall’essere risolto, è forse divenuto addirittura più oscuro. Sembra, del resto, che sia stato mal posto, dato che si cerca sempre di basare la regolarità su considerazioni puramente storiche, sulla prova vera o supposta di una trasmissione ininterrotta di poteri da un’epoca più o meno remota; e bisogna riconoscere che, da questo punto di vista, sarebbe facile trovare qualche irregolarità all’origine di tutti i Riti attualmente praticati. Ma pensiamo che tutto ciò non abbia l’importanza che certuni, per ragioni diverse, gli hanno voluto attribuire, e che  la vera regolarità risieda essenzialmente nell’ortodossia massonica; e questa ortodossia  consiste innanzitutto nel seguire la Tradizione, nel conservare con cura i simboli e le forme rituali che esprimono questa Tradizione e ne sono la veste, nel respingere ogni innovazione sospetta di modernismo. Ed è a ragion veduta che impieghiamo qui il termine modernismo, per indicare la troppo estesa tendenza che, in Massoneria come in qualsiasi altro campo, si caratterizza nell’abuso della critica, nel rigetto del simbolismo, nella negazione di tutto ciò che costituisce la Scienza esoterica e tradizionale. Tuttavia, non vogliamo affatto dire che la Massoneria, per restare ortodossa, debba informarsi ad uno stretto formalismo, che il ritualismo debba essere qualcosa di assolutamente immutabile al quale non si possa aggiungere o togliere niente senza rendersi colpevoli di una sorta di sacrilegio; ciò darebbe prova di un dogmatismo che è del tutto estraneo allo spirito massonico. La Tradizione non esclude in assoluto l’evoluzione e il progresso; i rituali possono e debbono dunque modificarsi ogni qual volta è necessario, per adattarsi alle diverse condizioni di tempo e di luogo, ma, beninteso, solo nella misura in cui le modificazioni non tocchino alcun punto essenziale. I cambiamenti nei dettagli del rituale hanno poca importanza, purché l’insegnamento iniziatico che se ne trae non subisca alcuna alterazione; e la molteplicità dei Riti non porterebbe a gravi inconvenienti, ma forse recherebbe addirittura dei vantaggi, se sfortunatamente non avesse troppo spesso l’effetto di servire da pretesto a spiacevoli controversie tra Obbedienze rivali, di compromettere l’unità, ideale, se si vuole, ma purtuttavia reale, della Massoneria universale”. [2]




[1] José Miguel de Barandarian, Mitología vasca, Txertoa

[2] René Guénon (Palingenius), La Gnose, Aprile 1910 numero 6

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