Silvano Danesi

Dicembre 6, 2015

Druidismo: tradizione e futuro

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I druidi, come scrive Peter Berresford Ellis, hanno “esercitato l’influenza spirituale più illuminata e civilizzatrice di tutta l’Europa preistorica”[1] e, come sostengono due dei maggiori studiosi della civiltà celtica, Françoise Le Roux e Christian J. Guyonvarc’h, “sono stati detentori dell’unica forma di tradizione che l’Occidente abbia mai conosciuto…”.[2]

René Guénon, uno dei maggiori studiosi della tradizione iniziatica, quando affronta la questione essenziale del “punto di congiunzione” tra la Tradizione primordiale o polare e quella atlantica, afferma di aver pensato al Druidismo.

“E’ fuor di dubbio – scrive Guénon – che se si vuole indagare sulle condizioni nelle quali tale congiungimento si operò, bisogna dare una particolare importanza alla tradizione celtica e a quella caldea”[3] e si pone l’interrogativo di chi al giorno d’oggi sappia quali furono queste tradizioni.

“Quanto al problema delle priorità – scrive ancora Guénon – bisognerebbe sapere innanzitutto a che epoca precisa risale il Druidismo, ed è probabile che esso abbia origini molto più lontane, nel tempo, di quanto non si creda comunemente, tanto più che i druidi erano custodi di una tradizione di cui una parte notevole era incontestabilmente di provenienza iperborea”. [4]

In un’epoca nella quale si cercano le radici d’Europa per ragioni identitarie, il Druidismo va considerato in tutta la sua valenza e in tutta la sua potenza, essendo tra le radici quella più antica, più profonda e, nonostante le ingiurie del tempo e degli uomini, più vitale.  

 La Gran Loggia Druidica d’Italia si pone come obbiettivo centrale del suo operare il recupero filologicamente corretto della tradizione del Druidismo, per farne  l’humus nel quale far crescere, con i semi antichi, il grande bosco di un futuro condiviso.

 Il Druidismo non è una religione nell’accezione comune del termine di credenza, timore e adorazione del divino e culto. Il Druidismo può essere considerato una religione quando il vocabolo religione viene fatto discendere dalla particella re, che accenna a frequenza, e dal verbo legere, che equivale a scegliere e, in senso figurato, a cercare, guardare con scrupolosa cura. Guardare con scrupolosa cura e scegliere sono due concetti che ben si coniugano con la conoscenza e con la libertà. In questo senso, e solo in questo, il Druidismo è una religione: la religione della conoscenza e della libertà.   

Il Druidismo è una via filosofica fondata sulla libertà come valore essenziale; è una via spirituale e conseguentemente libera per accedere alla Conoscenza.

Nel Druidismo non ci sono dogmi e verità rivelate; c’è la ricerca in merito alle leggi della Natura, ai comportamenti degli uomini, alla Sapienza del Divino.  

Per questo motivo, in questo tempo in cui le religioni dogmatiche monoteiste mostrano tutti i loro limiti e svelano la loro essenziale ed originaria vocazione al potere e al dominio; in questo tempo che assiste alla caduta delle ideologie che hanno connotato il Novecento del secondo millennio, il Druidismo, che basa la sua essenza e la sua esistenza sulla libertà, è una filosofia di vita attuale e idonea ad accompagnare l’essere umano sulla via che lo porta a conoscere se stesso e, conseguentemente, il significato del proprio vivere e del proprio agire.

Dal deposito sapienziale antico il moderno Druidismo, senza scostarsi dai principi fondamentali, può distillare ciò che di essenziale la tradizione ci tramanda e da questo distillato può trarre indicazioni  valide per il cammino attuale dell’essere umano.

I Druidi ci hanno lasciato numerose testimonianze del loro pensiero.

Del Druidismo di epoca celtica, conosciamo numerose testimonianze dei contemporanei: greci e latini, che ci danno utili indicazioni.

Nelle culture antiche era consuetudine usare un linguaggio simbolico, a volte enigmatico, giocato sull’analogia, l’omofonia, la sovrapposizione dei significati. Non solo. Miti, leggende, fiabe, portano con sé nei secoli nuclei di conoscenza che possono essere distillati e riportati in evidenza.

La stessa tradizione orale, anche se codificata nella scrittura in tempi più recenti, ha mantenuto inalterate nei secoli, come è stato chiarito da molti studiosi, le narrazioni. Questo fatto consente, con le dovute cautele, di poter dare ai resoconti scritti della tradizione orale una datazione ben più antica di quella della loro stesura.

Esistono, infine, numerosi reperti archeologici ed archeo astronomici dai quali è possibile trarre utili indicazioni.

Da queste necessariamente brevi considerazioni consegue la possibilità di fare come il salmone, ovvero di risalire la corrente, usando gli ostacoli come opportunità, per arrivare alla fonte.

Un’ultima considerazione va fatta in merito ai linguaggi enigmatici degli antichi, che una malintesa interpretazione vorrebbe adottati per occultare conoscenze riservate a pochi. La trasmissione di una conoscenza con il linguaggio logico sequenziale, al quale siamo abituati, necessariamente la contestualizza e la data, incardinandola nella forma mentis del tempo.

Il linguaggio enigmatico, simbolico, archetipico per sua natura va interpretato, ovvero contiene un nucleo essenziale di conoscenza che deve essere decodificato. Chi decodifica lo fa con gli strumenti del suo tempo e, conseguentemente, resuscita e attualizza quell’antico nucleo di conoscenza rendendolo idoneo, efficiente ed efficace nell’attualità.

Distillare simboli, archetipi, enigmi della tradizione druidica, evidenziandone il nucleo essenziale, svolgere il codice attualizzandolo è un’opportunità che la Gran Loggia Druidica d’Italia intende cogliere ed è un lavoro che intende intraprendere.

Il Druidismo rivive, attraverso di noi, non nelle folcloristiche concessioni a divertenti rievocazioni dei tempi passati, ma nell’essenza dei suoi insegnamenti.

Gli antichi Druidi agivano e applicavano la loro conoscenza in una società clanica e tribale e in contesti tecnologici ed economici specifici, non riproducibili se non in rievocazioni storiche che, se filologicamente corrette, appartengono al folclore e che in questo ambito vanno collocate.

I moderni Druidi svolgono la loro azione nel contesto della cultura del terzo millennio ed è in questa che devono aprire le “capsule del tempo” della conoscenza antica, perché queste, come semi a lungo ben conservati, possano dare nuova testimonianza di vita e nuovi frutti.

Un’abbondante quantità di testimonianze riguarda il Druidismo del periodo celtico, del quale le linee di fondo, riguardanti l’origine, la vita, il destino degli esseri umani e il rapporto tra il mondo terreno e l’Aldilà è scritto in quelle Triadi bardiche, non contaminate dalla teologia e dalla morale cristiane, che rivelano un influsso evidente della filosofia greca, in particolare orfico-pitagorica.

 Interessante, a questo proposito, il rapporto con Apollo. “I bardi, secondo Ecateo [250 a.C.] citato da Diodoro Siculo – scrive Hersart de Villemarqué - erano una casta di sacerdoti del sole, «le cui funzioni erano ereditarie e consistevano nel cantare sulle arpe le azioni gloriose del dio, nel custodire il suo tempio e dare leggi a una città vicina al tempio». [5] Le tracce di Apollo conducono alla terra degli Iperborei.

 Il rapporto dei Greci “con Apollo iperboreo – scrive in proposito Giulio Guidorizzi – parla inequivocabilmente di rapporti con le culture del Nord Europa, ma il quadro resta piuttosto oscuro…”.[6]  “Secondo Diodoro Siculo, storico greco del I secolo a. C. Ecateo avrebbe collocato il paese degli Iperborei al di là delle terre abitate dai Celti, in un’isola oceanica grande quanto la Sicilia. Un santuario monumentale di forma circolare vi sarebbe dedicato ad Apollo, il dio maggiormente venerato e vi si svolgerebbero grandi feste ogni 19 anni all’equinozio di primavera, periodo ciclico alla fine del quale si può stabilire la concordanza fra anno lunare e anno solare. E’ possibile che tali dati sui leggendari Iperborei, apparentemente inediti, fossero la lontana eco di informazioni sulla situazione della Britannia, sulle preoccupazioni astronomiche e calendariali delle popolazioni locali che portarono all’erezione di monumenti ciclopici, come il cerchio megalitico di Stonehenge”.[7]

 Il riferimento a Stonehenge, tuttavia, riporta la nostra attenzione alla civiltà megalitica e a quel periodo, risalente all’incirca al 3 mila a.C. nel quale i culti solari si sostituirono ai culti stellari, come indicano gli orientamenti di molti siti.

Handigham cita in proposito la teoria di Norman Lokyer, secondo la quale esisteva nel 2002 a.C. un “culto di maggio”, legato al 1º maggio, quindi ad Aldebaran, soppresso intorno al 1600 a.C. da adoratori del solstizio, quindi del sole, provenienti dall’Egitto o dalla Grecia. Il “culto di maggio” venerava il sorbo e il pruno, mentre gli adoratori del sole il vischio. Il culto di maggio diede origine ad un calendario con l’anno diviso in otto parti: solstizi, equinozi, 1º maggio, 1º novembre, 1º febbraio, 1º agosto. [8]

 Se del Druidismo del periodo celtico abbiamo numerose testimonianze, più complesso è rintracciare le tradizioni druidiche relative ai periodi storici antecedenti, in quanto gran parte delle sopravvivenze sono di tipo leggendario e mitologico.

 Tuttavia, gli studi sulla Dea Madre del Neolitico consentono di rintracciare molti elementi interessanti. Gli stessi riti di Ceridwen, simili a quelli di Samotracia e a quelli Eleusini, ci conducono alla tradizione isiaca e alle sue ritualità.

 Per gli studi rivolti al Druidismo preceltico, la civiltà megalitica è un punto di riferimento essenziale

 Su “Le Scienze”[9] Elisabeth Hamel, Peter Foster e Theo Vennemann scrivono: “Ricerche di genetica molecolare indicano che la maggior parte degli odierni europei ha antenati che vivevano in Europa già nell’epoca glaciale. E che, analogamente a quanto suggerito dagli studi linguistici, il ripopolamento d’Europa occidentale dopo la glaciazione ebbe prevalentemente origine dal “rifugio” nel nord della penisola iberica e nel sud della Francia”.

 Dai molti studi sull’argomento, la civiltà megalitica, anteriore a quella sumerica, possedeva un sistema di scrittura, un sistema di misurazione che univa lo spazio e il tempo e conoscenze tecnologiche sofisticate, come del resto dimostrano i reperti archeologici (dolmen, cromlech, menhir) e le vie dei paralleli, lungo le quali gli antichi abitanti d’Europa si sono spostati da Occidente ad Oriente, ossia dal mare alla terra, lasciando lungo queste vie testimonianze di pietra che hanno riferimento alle costellazioni, all’osservazione del movimento degli astri, del sole, della luna e alla forze della terra: faglie, fiumi sotterranei, energie del territorio.   

L’astrofisico Vittorio Castellani, che ha approfonditamente studiato l’evoluzione geologica dell’Europa occidentale, in merito alla civiltà megalitica, trae la conclusione che in essa sia confluita una tradizione risalente al nono millennio e riporta, in un suo testo sull’argomento[10] l’opinione di W.Muller, secondo il quale, attorno al 5.000 a.C. “appare con sorprendente rapidità in tutta l’Europa atlantica una umanità che conosce l’agricoltura, la ceramica, la pulitura della pietra e l’architettura, che sa smuovere grandi blocchi e prende nome proprio da tale tecnica di costruzione. Pare come se un’ondata di genti, proveniente dal mare, avesse inondato i bordi oceanici del mondo culturale europeo. E poiché non è possibile che i megalitici siano sorti dal fondo dell’oceano Atlantico, rimane per il momento senza risposta il problema della loro origine”.[11]

 Emerge dalle nebbie della storia una civiltà megalitica vasta, complessa, sulla quale con ondate di migrazioni successive si sono sovrapposte popolazioni indoeuropee provenienti dall’Est. Una civiltà che ha come ultime testimonianze linguistiche il basco e che è riconoscibile geneticamente nella predominanza del fattore Rh negativo.

 L’antropologa Marija Gimbutas la chiama la “Vecchia Europa”. I suoi abitanti erano principalmente agricoltori e cacciatori. In questa “Vecchia Europa” non esistevano classi sociali, figure rigide di capi e macroscopiche divisioni di ruoli tra i due sessi. Si costruivano templi dedicati a divinità femminili e su tutto vegliava il mito di una Grande Madre, raffigurata come dea uccello, dea serpente e dea della fertilità.

Siamo, dunque, in presenza di una società matriarcale, sulla quale gli indoeuropei, pastori-guerrieri si sovrapposero e al posto della Dea Madre, legata alla terra, alla rigenerazione e alla rinascita, misero divinità maschili: dei della guerra e della forza, impositivi, punitivi.

 La cultura basca è, per la ricostruzione del Druidismo, un importante punto di riferimento in quanto è dall’enclave basca che l’Europa è stata ripopolata all’indomani dell’ultima glaciazione.  

 Il genio femminile dei Baschi è Mari, anche se la forma più antica è androginica. La Dea è considerata come la regina di tutti i geni che popolano il mondo.

Mari  è “La Signora” o “La Dama”, Dea che vive nelle regioni abissali.  Un altro dei suoi nomi è Maya e il nome Mari, come suggerisce Barandarian, ha relazioni anche con Mairi, Maide e Maindi. [12]

Le sue forme sono diverse: nelle regioni sotterranee ha aspetto serpentiforme; in superficie appare come una donna bellissima, elegantemente vestita, in atto di pettinarsi con un pettine d’oro[13] (la ritroveremo nelle leggende melusiniche del XII secolo); ha le caratteristiche (piedi d’uccello, corpo di serpente) della Dea Madre del Neolitico.

 Mari è sposa di Maju, o Sugaar,  che appare come un serpente (il serpente di fuoco, la lava che sgorga dalle viscere della terra).

 Nel XII secolo la ritroveremo nelle leggende melusiniche nate alla corte di Enrico II Plantageneto. Melusina è Lugine (oca bianca), la paredra di Lug (corvo nero), diventata Lusine, la vecchia Madre Lusine, passata nei racconti popolari come Mé-Lusine. Lusine è per Lug l’equivalente di Belisama per Belenus: Lug è aria e fuoco e Lusine è terra e acqua, i quattro elementi della manifestazione.

Melusina è serpens e draco (due termini che appartengono alla stessa area semantica) ed è una banshee, una dama bianca. In quanto serpens e draco è wouivre (calore, ardore, dalla radice *gwer). A Melusina sono collegate le aguane, un esempio significativo dell’influenza della civiltà basca sulla realtà celtica[14]

 Importante elemento da considerare nella progressiva strutturazione del Druidismo è il sostrato animistico e sciamanico, che con le sue implicazioni magiche, accomuna i popoli del nord a quelli di cultura celtica.

I popoli kurganici (indoeuropei) provenienti dalle steppe russe hanno portato con sé la cultura sciamanica altaica. Lo sciamanesimo ha avuto nel tempo conferme negli apporti delle culture norrene alla coscienza collettiva delle popolazioni celtiche: un recupero avvenuto, in particolare, attraverso il passaggio a nord delle concezioni religiose indoeuropee, che si incontrano con quelle dei Celti tra il 500 a.C e la nascita di Cristo, reintroducendo miti, riti, divinità e concezioni della vita e del mondo che hanno mantenuto, nei secoli, un’adesione pressoché incontaminata con le idee originarie. I Germani settentrionali, infatti, come scrive Gianna Chiesa Isnardi[15] , insediatisi in Danimarca e nella penisola scandinava sono stati toccati solo marginalmente dalle altre culture e anche il cristianesimo si è affermato in quelle regioni solo dopo l’anno Mille. Non solo, “l’onda lunga del paganesimo nordico si protrasse addirittura oltre la riforma protestante”.[16]

  Del rapporto tra druidi del periodo celtico e il mondo greco è testimonianza la similitudine dei riti di Ceridwen con quelli di Samotracia e di Eleusi.

 Jean Raimond ricorda come i Misteri di Ceridwen, segnalati da Artemidoro, siano simili a quelli di Cerere, i quali, trasformati dal bardismo, “conservano ancora i loro fedeli nel periodo di Taliesin (VI secolo d.C). “Il re, esso stesso, come si vede nei canti di Hoël o Hywell, re del Galles, morto nel 1171, era onorato di esservi ammesso. Esiste una sua preghiera curiosa, nella quale, ammesso già ai gradi inferiori dell’iniziazione, sollecita il collegio di Ceridwen con espressioni di fervente pietà, il favore dell’iniziazione superiore”. [17]

 Hersart del Villemarqué sostiene essere i riti di Samotracia quelli che hanno un maggiore rapporto con quelli bardici e con i misteri ai quali gli orfici e i pitagorici amavano esser iniziati e riferisce della somiglianza delle gare di poesia bardica con quelle delle feste dionisiache, dove si incoronava il più bell’inno a Bacco e sottolinea come la cerimonia di intronizzazione del capo bardo, vincitore della gara di poesia che si teneva ogni tre anni tra i bardi bretoni, fosse simile a quella dei giochi relativi ai riti di Samotracia. “Ora – scrive Hersart de Villemaqué – se si osserva che la Samotracia era il santuario di queste iniziazioni, e che il culto cabirico, religione di Samotracia, si è diffuso nei paesi celti e particolarmente nelle isole britanniche, ove i Greci l’hanno positivamente riconosciuto, secondo le testimonianze formali di Diodoro Siculo e di Strabone; se si ricorda inoltre, che i Pitagorici passano per essere gli istitutori dei bardi e dei druidi celti, può essere, si penserà, che i giochi poetici dei bardi bretoni del VI secolo fossero l’ombra di certe iniziazioni religiose d’altri tempi”. [18]

 In ambito celtico il Rito di Karidwen (Ceridwen) fa del nano Gwyon Bach il Grande Iniziato Taliesin, “fronte luminosa”, bardo primordiale.

Karidwen è la Minerva gallica, è colei che dà la sapienza e che riassume in sé anche Cibele, Diana e Proserpina e può essere considerata come simile a Iside; è, in buona sostanza, la Dèa Madre ed è legata a Gwyon (Gwyddyon o Gwyddon), il dio dello Spirito che ha insegnato agli uomini l’arte divina della poesia.

Karidwen, come Demetra e come Iside, è la grande iniziatrice.  

 Potremmo proseguire con altri esempi, ma per ogni approfondimento rinvio alla vasta letteratura in materia.

Quel che qui preme affermare, come un dato di fatto evidente e incontestabile, è che il Druidismo del periodo celtico ha condiviso in gran parte il pensiero greco ad esso coevo essendo il rapporto tra druidi e sapienti greci costante, intenso, fecondo di reciproche contaminazioni.

 Numerose sono anche le testimonianze di sopravvivenze del Druidismo nella cultura medievale e di grande interesse è anche quanto riguarda l’esperienza del neo-druidismo, iniziata nel XVII secolo sulla base di una continuità tradizionale le cui tracce sono una parte significativa ed essenziale da ricercare e riscontrare.

 Infine, ma non per minore importanza, la presenza in Italia del Druidismo.

 La Gran Loggia Druidica d’Italia, come è scritto con tutta evidenza nel suo nome, si propone, come è stato fatto da altre istituzioni simili in altri paesi europei, di ricercare e valorizzare il Druidismo italiano che, sia pure assai poco indagato e, conseguentemente, poco conosciuto, ha una propria presenza riscontrabile nelle sopravvivenze mitologiche, leggendarie, archeologiche e anche in testimonianze storiche di grande rilevanza.

 In particolare l’Italia è stata testimone del Druidismo celtico, essendo la sede di una delle culture celtiche storiche più importanti: la Cultura di Golasecca ed essendo stata la sede di migrazioni di popolazioni celtiche nel IV secolo a.C. che hanno dato vita ad insediamenti quali quelli dei Tauri, degli Insubri, dei Cenomani, dei Boi, dei Galli Senoni ed altri. L’Italia è stata sede della civiltà gallo-romana, che ha dato di sé esempi preclari.

L’Italia è la sede dell’incontro tra il mondo celtico, quello ligure e quello etrusco, con il quale i rapporti dei celti sono stati intensi e continuativi nel tempo.

 La Gran Loggia Druidica d’Italia pertanto, oltre a riproporre il distillato della tradizione druidica europea, ha come intento specifico quello di recuperare il portato della tradizione italica.

 Infine. Non è estranea alla Gran Loggia Druidica d’Italia la cura dello studio dei costumi e del folklore delle varie epoche che hanno interessato il Druidismo, in uno sforzo filologico che escluda improvvisazioni fantasiose.

 




[1] Peter Berresford Ellis, Il segreto dei Druidi - Piemme

[2] F. Le Roux – C.J. Guyonvarc’h, I Druidi, Ecig

[3] René Guénon, Forme tradizionali e cicli cosmici, Ed. Mediterranee

[4] René Guénon, Forme tradizionali e cicli cosmici, Ed. Mediterranee

[5] Hersart de Villemarqué, Les bardes bretones, Didier, Paris, 1860

[6] Giulio Guidorizzi,

[7] Venceslav Kruta, La grande satoria dei Celti,. Newton Compton

[8] Handigham, I misteri dell’antica Britannia, Newton Compton

[9] Numero 407, Lughhlio 2002

[10] Vittorio Castellani - Quando il mare sommerse l’Europa - Dal mistero dei Druidi ad Atlantide - Ananke - Torino - 1999.

[11] Vittorio Castellani, op. cit.

[12] José Miguel de Barandarian, Mitología vasca, Txertoa

[13] E’ interessante notare, a questo proposito, come la Dea madre degli Sciti abia coda di serpente. Vedi: Pietro Citati, La luce della notte, Mondadori

[14] Aguane, Aganis, Aguane, Naquane, Aganes, Vivane, Gaunes, Ghiane, Anghiane, Gane, Sagane, Arvane, ecc.

[15] Gianna Chiesa Isnardi, I miti nordici, Longanesi

[16] Gianna Chiesa Isnardi, I miti nordici, Longanesi

 

[17] Jean Raimond,  L’ésprite de la Gaule, Firne, Paris, 1864

[18] Hersart de Villemarqué, Les bardes bretones, Didier, Paris, 1860

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