Silvano Danesi

Febbraio 10, 2016

Le radici normanne: da Parzanica a Tours

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Gabriele Rosa in “Dialetti, costumi e tradizioni di Bergamo e Brescia” (1855) dice che “Parzanéga è considerato d’origine molto antica e sconosciuta”.

Prendiamo, dunque, in esame queste due affermazioni e vediamo di verificare la prima e di vanificare la seconda.

Albino Bordogna, nel suo “Parzanica”, edito dal Comune, citando l’Olivieri (Dizionario di toponomastica lombarda) scrive che Parzanica deriverebbe da un funzionario romano, tale Praecius o Petrucius da cui Praecianus, Percianicus e, infine, Parzanicus.  Un’interpretazione assai azzardata, non essendovi traccia del suddetto Praecius.

La mia ipotesi è che il nome Parzanica sia stato assunto dal paese in epoca carolingia.

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Parzanica potrebbe ragionevolmente derivare il suo nome da bargello, da cui börgia, bargia, parza, per successive sostituzioni consonantiche: b con p e g con z. Il suffisso ica è indicativo di luogo e così Parzanica risulta essere il luogo della börgia, ossia della residenza del bargello (barigildo - bargileus). Il “Bargello” indicava, nei comuni medievali, il palazzo con adiacente prigione in cui risiedeva il magistrato e, al contempo, era il magistrato stesso, incaricato dei servizi di polizia.

A suffragio della nostra interpretazione c’è la denominazione “La Börgia” per un vecchio edificio che si affacciava, fino a pochi anni or sono, sulla piazza del paese dove anticamente si giocava al gioco della palla, chiamata comunemente “Piasa dè la Börgia”. L’edificio, di proprietà dei Fenaroli, avendo subito gravi danni a causa di un incendio è stato demolito. Ancora nel 1700 la contrada che sfociava sulla piazza era denominata Contrada Bariselli (Barisèl = Bargello, capitano di sbirri, A.Tiraboschi, Vocabolario dei dialetti bergamaschi antichi e moderni, Bergamo - 1867 - Tip. Bolis).

A sostenere maggiormente l’ipotesi che vuole derivare il nome di Parzanica dalla residenza del bargello, troviamo la sopravvivenza, riscontrabile negli stati d’anime della Parrocchia S.Colombano, di soprannomi come Pörge. Inoltre, gli abitanti della frazione Acquaiolo, ancora oggi, vengono definiti Bargiöi, ossia Bargelli. Il termine, per inversione del significato, come spesso accade, da quello di funzionario e, per estensione, di guardiano, è passato a quello di briccone (1). Nelle dispute tra gli abitanti di Parzanica (Guelfi) e quella dell’Acquaiolo (Ghibellini) e nella rivalità di contrada che è durata sino ai nostri giorni, il termine di Bargiöi ha assunto un tono canzonatorio, ma rivela appieno la propria origine, sottolineando la funzione di Parzanica come sede del Barigildo di Carlo Magno.

Vediamo, in ogni caso e per completezza di analisi, altre possibili derivazioni. Da escludere il latino partiarium, indicante colui il quale lavora i poderi altrui. Interessante e romantico il bretone Barzh (bardo, poeta, menestrello) e Barzoneg (poema). Il bretone parzh significa luogo, paraggi. In questo caso avremmo: parzh (luogo) ica (luogo). Ci troviamo di fronte ad una ripetizione che rende improbabile la derivazione. Più interessante è il bretone porzh, porzhad,  che può significare sia corte di giustizia, sia porta, valico, accesso. Porzhan, infine, significa accesso. 

Ambedue le possibili etimologie di Parzanica si attagliano alla conformazione dei luoghi e alla loro storia: corte di giustizia, in quanto sede del barigildo (la börgia) e valico, porta di accesso alla Valcamonica.? Tuttavia, a farci propendere per la prima interpretazione c’è la storia, che ci riporta alla donazione del territorio da parte di Carlo Magno all’abbazia di Tours e il cognome di una delle famiglie più numerose a Parzanica sin da tempi antichi: i Danesi, in origine Daneis, versione francese dell’anglosassone denisc, probabilmente soldati di Carlo Magno e di Uggeri il Danese, ovvero Normanni, venuti a controllare le terre lasciate in feudo all’abbazia di Tours. A sostegno della derivazione dei Danesi di Parzanica da uomini legati alle truppe di Carlo Magno e di Uggeri, ci soccorrono il simbolo di clan e i soprannomi ancora in uso nel 1.700: Dandanes, Purja, Burja e nell’Ottocento: Pörgia, Pörge. La j viene pronunciata come la g e, dunque,  Purja, Burja e Pörgia o Pörge si equivalgono. Nello stemma attribuito ai Danesi, vediamo un cane che tiene la zampa alzata a protezione del giglio, simbolo della monarchia francese. Il cane nel mondo celtico e norreno è associato al guerriero. I termini di origine celtica ki, gi, kon, cù entrano nei cognomi dei guerrieri. Konan Mariadeg è il fondatore leggendario della Bretagna. Quello di “cane” è un appellativo elogiativo per i guerrieri che dimostrano di avere l’ardore dei cani da combattimento. C’è ancora chi, nei giorni nostri, chiama i Danesi Candanés.(2) Il “cane” guerriero Danese ha la zampa alzata a protezione del giglio, simbolo dell’Imperatore Carlo Magno e, più in generale, delle case regnanti di Francia. Lo stemma indica pertanto lo status del Daneis: guerriero valoroso al servizio di Carlo Magno. In Bretone, lingua celtica continentale, Dandan significa rosso (dandan en oabl = il cielo rosso all’orizzonte). Quindi Dandanes può ben siginificare Daneis il rosso.

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Purja (Pörgia o Börgia) lo troviamo nel Bretone purj, purjan, dal significato sufficientemente chiaro: purgare, scontare una pena. E’ facile, ancora una volta, l’associazione con la prigione, la Börgia, residenza del Bargello (Bargileus).

In un documento dell’archivio parrocchiale di Sarnico, datato 1 agosto 1461, si trova testimonianza della presenza di ” … Augustino filio Bartholomei olim altrius Augustì de Castello sive Civitatis Parzani, omnibus habitantibus decti loci de Sarnici et omnibus pergamenibus notis et Daneis …”. (3) (si tratta dunque di un Augustino figlio di Bartolomeo, altrimenti detto Augustì de Castello, cittadino di Parzanica, noto come Daneis).

“Dagli atti parrocchiali a nostra disposizione - scrive in proposito Albino Bordogna - già nel 1.500 le famiglie degli Zanni, dei Tonni, dei Danesi e dei Cristinelli avevano possesso dei campi, dei boschi e soprattutto del numeroso bestiame, in particolare pecore, che nei tempi antichi significavano potenza”. (4)

Nelle ricerche effettuate dal Comune di Parzanica e pubblicate in un libro edito dal Comune stesso, si fa risalire l’origine più antica dei Danesi all’ottavo secolo (700), allorquando i Danesi di Parzanica giunsero nell’area sebina dopo che le terre di Valle Camonica e dell’Iseo, per decreto reale di Carlo Magno, furono assoggettati al monastero di Tours.

Nel saggio storico del Comune di Parzanica si fa esplicito riferimento ad “abati e monaci, alla testa di soldati”, che “vennero a combattere l’arianesimo longobardo, tutti provenienti da Nord, per cui l’appellativo di danesi”.

I Danesi vengono inoltre definiti: “discendenti di quei frati o soldati provenienti dal Nord Europa”.

Nel testo di Parzanica si fa anche riferimento al monaco Colombano, il quale, nel 600, seguito da compagni Irlandesi e Danesi, si stanziò in Italia, nel monastero di Bobbio, per combattere l’arianesimo che negava la Trinità. Tra il S.Colombano che giunse a Bobbio nel 600 e il monastero di Tours ci sono legami profondi, se si considera che il monaco irlandese, nipote di S.Columba di Jona, prima di arrivare in Italia si recò a rendere omaggio alla tomba di S.Martino, assieme al suo confratello S.Gallo e a Tours soggiornò per un certo periodo. Ma questo è un altro capitolo.    

Torniamo ai Danesi, o meglio, ai Danése (il cognome volge verso questa forma all’inizio del 1.700) o Daneis (come nel documento del 1.400).

Nel “Dizionario dei cognomi italiani” di Emidio De Felice, si legge: Danése. Varianti: Danési, Danise e Danisi, Dainése e Dainési. Alterati: Danesini e Danésin. Cognome diffuso in tutta l’Italia peninsulare, con più alta frequenza in Lombardia e nel Veneto (dove è specifico Danésin): la variante Danise è propria del Sud. Ha alla base il nome Danése, documentato e frequente già nel XII secolo, introdotto e affermatosi in Italia con la letteratura epica francese del ciclo carolingio e, specialmente, con i poemi “La chanson de Roland” e quindi “Ogier de Danemarche”, che ebbero larga diffusione, anche in adattamenti e rielaborazioni locali, specie in Lombardia, nel Veneto e in Toscana. L’eroe di questi poemi è Ogier o Oger de Danemarche o li Daneis, denominato anche “li Daneis Ogier”, italianizzato in Uggeri il Danése, un vassallo di Carlo Magno, figlio del re di Danimarca, che passò dalla parte del nemico di Carlo, Desiderio, re dei Longobardi. In qualche caso isolato Danése può riflettere direttamente anche il patronimico di Danimarca, cioè Danése, “abitante, oriundo della Danimarca”.  

Interessante, nella descrizione di Emidio De Felice, non solo la forma arcaica Danése, intesa come originaria, ma anche il riferimento ad Uggeri il Danése (Daneis), per il suo legame con Desiderio e, dunque, con l’area bresciana.

In ogni caso, sia l’abazia di Tours, sia Uggeri il Danése erano vassalli di Carlo Magno e hanno avuto legami con aree geografiche tra loro molto vicine, come la bresciana, la camuna e la sebina.

Chi erano i frati di Tours?

Nella “Guide du pèlerin” edita nel maggio del 1996 da Denis Jeanson, a Tours, in occasione della visita del Pontefice e distribuita nell’attuale basilica di San Martin (quindi testo ufficiale), a proposito della comunità dei monaci si legge: “Lo statuto della comunità resta molto impreciso sulle sue origini. L’abate di cui parla Gregorio di Tours (nella sua storia dei Franchi, ndr), sembra essere un semplice servente la tomba del vescovo e della chiesa nella quale egli si trova. Anzitutto, gruppi di clerici sottomessi a questo abate martyraire, prima del 640, ricevettero l’ordine dalla regina Batilde di adottare la regola benedettina. Al IX secolo si dicevano talvolta monaci, talvolta canonici, talvolta né l’uno né l’altro.

Carlo Magno incaricò Alcuino di riportare questa comunità nella regola comune, ma egli fallì. Dall’806 la lettera di papa Leone III all’abate Wilfardo, suo successore, prova che i monaci avevano cessato tutta la vita in comune. Il diploma di Luigi il Pio dell’818, sotto l’abate Fridugise (807-834) indica che San Martino, rimanendo abbazia reale di nome, di fatto era una collegiale di 200 canonici secolari, formazione intermedia tra i monaci e il clero secolare. Nell’848 tutti i membri si dichiarano di diritto canonici secolari.

Dopo la ricostruzione della basilica (5), la comunità si compone di un rettore e di cappellani, il cui numero varia seguendo i bisogni pastorali dei pellegrini”.  I monaci di Tours, dunque, erano dei canonici che operavano nell’ambito di un’abbazia reale. E’ da presumere che i Danesi venuti a Parzanica facessero parte delle truppe di Carlo Magno e di Uggeri il Danese (Daneis) e che siano rimasti a presidio delle terre donate all’abazia reale di Tours. Chi era Uggeri il Danese? Uggeri il Danese, Ogier o li Danéis, denominato anche li Danéis Ogier, nella Chanson de Roland è un personaggio eminente: se non figura fra i dodici Pari che cadono a Roncisvalle, è però ancora a fianco di Carlo Magno nel grandioso scontro finale con l’emiro di Babilonia. Meglio ancora, è protagonista di una delle più belle canzoni della cosiddetta “gesta dei vassalli ribelli”: vittima di un’ingiustizia da parte di Carlo Magno, lo combatte con disperato eroismo, prima di giungere alla rinconciliazione finale. Uggeri, infatti, figlio del re di Danimarca e vassallo di Carlo Magno, si alleò con Desiderio, re dei Longobardi. La forma arcaica del cognome Daneis, oltre a trovare riscontro nell’appellativo di Ogier, è vicino alla forma bretone (quindi di derivazione celtica): Dan o Daniez al maschile e Daned Daniaza al femminile. A maggiore sottolineatura della derivazione dei Danesi di Parzanica da uomini legati alle truppe di Carlo Magno e di Uggeri, ci soccorrono, come abbiamo già visto, il simbolo di clan e i soprannomi ancora in uso nel 1.700 e nell’Ottocento.

I Danesi, dunque, sono probabilmente tutti discendenti da un “Cane” (Konag) normanno, ossia da un valoroso guerriero rosso di capelli (Dandan), nominato per meriti da Carlo Magno Barigildo (Börgia) delle terre che poi assumeranno il nome di Parzanica; o forse, da più di un soldato danese, giunto nelle terre sebino-camune al servizio dei Franchi. Non dobbiamo tuttavia  scartare, a proposito del soprannome Purja, anche l’ipotesi di uno o più Daneis imprigionati, in quanto fedeli a Uggeri e, pertanto, passati dalla parte dei Longobardi ariani. Va sottolineato che i Longobardi sono popolazione di origine danese e che, pertanto, non deve essere stato difficile per le truppe danesi trovare con loro intesa negli usi e nei costumi. Il soprannome Purja potrebbe pertanto riferirsi a qualche Daneis incarcerato a Parzanica (nella sede del barigildo c’era anche la prigione), in quanto passato (come Uggeri il Danese) dalla parte dei Longobardi (Desiderio). Il soprannome potrebbe dare sostegno alla vox populi, che ancora oggi parla di Danesi fuggiaschi. La pena, ovviamente, si sarebbe estinta con il ritorno di Uggeri (e di conseguenza dei suoi fedeli) nelle file di Carlo Magno. Ribadiamo, comunque, che Purja e Pörgia o Pörge si equivalgono, rendendo debole questa ultima interpretazione relativa a Danesi imprigionati.

La storia della Valcamonica e del Sebino ci dice che ben presto l’occupante Daneis si è accasato e amalgamato con la popolazione locale. Dopo 200 anni di dominazione Longobarda la Valle Camonica e il Sebino furono occupati, nel 764, dalle truppe dei Franchi di Carlo Magno, che ottennero un vittoria sui Longobardi. Dieci anni dopo, nel 774, lo stesso re franco affidò le terre conquistate, come feudo, all’abbazia reale di Tours. I privilegi di questo grande monastero durarono incontrastati e più volte vennero riaffermati dai successori di Carlo, fino all’anno 837. In quell’anno, poco tempo dopo la morte di Carlo, si erano già rapidamente indebolite le strutture centraliste del suo vasto ma composito Impero e i suoi successori diretti e i grandi feudatari avevano di fatto già dissolto il Sacro Romano Impero in tanti piccoli regni, ducati, contee e marchesati, quando, in seguito ad un contrasto politico-religioso-territoriale tra Ludovico il Pio (protettore dell’abbazia di Tours) e Lotario, alcuni possedimenti camuni vennero rivendicati da quest’ultimo al Monastero di San Salvatore di Brescia. La diatriba continuò a lungo e solo cinquant’anni dopo, nell’887, Carlo il Grosso riconfermò a San Martino di Tours il possesso, i privilegi e l’infeudamento delle terre camuno-sebine. Tale conferma fu poi rinnovata, il secolo dopo, nel 998, da Ottone III. Tuttavia, ormai il dominio della potente e ricchissima abbazia francese sulla valle stava per terminare, sia per la lontananza geografica, sia perché gli inviati e delegati del monastero erano divenuti essi stessi “camuni” a tutti gli effetti, sia perché i rapporti tra i vari monasteri satelliti sorti nelle terre date in feudo e la casa madre si erano, poco per volta, resi aleatori e poi completamente spezzati.

 

note

1 Barbara Colonna, Dizionario etimologico della lingua italiana, Newton.

2 Testimonianza del sindaco di Parzanica, Battista Cristinelli.

3 Archivio Parrocchiale Sarnico 1/8/1461

4 Parzanica, volume curato dal dottor Albino Bordogna e edito dal Comune di Parzanica

5 La prima basilica (437) era di legno. Nel 470 l’abate Perpetuus la costruisce in pietra. Nel 481 Clodoveo, fondatore della dinastia merovingia, dopo essere stato battezzato a Reims dal vescovo di Tours, mette il suo regno sotto la protezione di San Martino. La basilica subisce incendi nell’853, 903 e 997. Nel 997 viene abbattuta e rifondata. Nuovo incendio nel 1096. Ricostruzione essenziale tra il 1096 e il 1190. Nel 1175-80 rimaneggiamenti e ampliamenti nello stile dei Plantageneti. Ampliamenti e miglioramenti nei secoli XII, XIV e XV. La basilica viene saccheggiata dagli Ugonotti nel 1562 e trasformata in scuderia durante la Rivoluzione francese. Oggi restano poche rovine.

 

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