Silvano Danesi

Marzo 31, 2008

Zimilina Molinello Androla

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Il sentiero etrusco celtico, del quale con questo lavoro presentiamo la prima parte, si inserisce armonicamente nel percorso naturalistico della Valsaviore realizzato dal Parco dell’Adamello. Il sentiero nasce dal lavoro comune di molte persone, ma tra queste vogliamo ricordare, in primo luogo, quelle che ci hanno lasciato e che ci sono
state vicine, con amore, sin dai primi passi, condividendo l’entusiasmo delle prime scoperte.
Ricordiamo Donatella Salvetti Danesi, che con passione e costanza ha lavorato a mettere in ordine i primi reperti, cercando la logica che li unisce e i riferimenti nella letteratura, per contestualizzarli, fino ad identificarsi
nella temperie culturale antica che dalle pietre saliva alla mente ed cuore. Ricordiamo il generale Domenico Scoppio, uomo di rara sensibilità ed esperto etruscologo, che ha guidato sapientemente le ricerche, sorreggendoci con la sua cultura e con la sua indubbia capacità intuitiva.
Ricordiamo Giovan Battista Matti, custode di tante leggende e tradizioni locali. A Lorenzo Cervelli, suo amico da sempre, poco prima di morire raccontato di un uccellino che lo andava a trovare e che aveva chiamato
“Raì”. “Raì cinguettava al mio arrivo, era contento. Io di più.
Confidavo a Raì i miei pensieri. Raì volava nel cielo e cantava. E anche canterà e mi aspetterà …….sono pronto anch’io a volare …in alto, sempre”.
questi nostri amici, che volano in alto e ci guardano, per usare un’immagine celtica, dal Sidhe, volgiamo il nostro pensiero, sapendo che, da un’altra dimensione, ci stanno seguendo passo passo sul … sentiero

L’Associazione “Amici del sentiero etrusco celtico”

Presentazione
Scrive Gabriele Rosa che “primi saliti dal mezzodì alle Alpi devono essere stati liguri ed iberi, le cui reliquie genuine sono i baschi de’ Pirenei, mentre rimontavano dal Mar Nero le genti finniche. In tale miscela di liguri e di finni, che alle Alpi incontrarono i celti, che vi portarono la prima pastorizia e la prima agricoltura semplice e vaga e la prima cognizione del ferro, vennero a riparare umbri ed etruschi sopraffatti dalla grande irruzione celtica del sesto secolo a.C. Umbri ed etruschi mercanti ed operai erano saliti pel Po e per l’Oglio sino al lago Sebino, ed alla irruzione celtica, molti fuggirono, quali alle Alpi, quali all’Appennino, dove, misti ai primitivi abitatori, ma serbati in gruppi distinti, formarono quelle genti che si dissero retiche”.
“Nei Pirenei - scrive ancora Rosa - sedi dei Baschi, si trovano i nomi Camu, Camudas, onde s’argomenta origine ligure al nome dei camuni”.
I camuni e la loro storia, come scrive Anati, coprono un periodo “lungo ottomila anni, durante il quale i raccoglitori-cacciatori dell’età della Pietra, si sono gradualmente trasformati in tribù con attività e strutture sempre più complesse, fino a divenire entità dalle molteplici caratteristiche a noi familiari. Quando, dopo l’evolversi di quattrocento generazioni, divennero parte del nascente impero di Roma, i camuni erano già una nazione, avevano la struttura economica e sociale, la divisione del lavoro e di classi, che da allora caratterizza la civiltà europea”.
Nel corso dei millenni, i camuni hanno avuto relazioni e si sono mescolati con popolazioni varie, tra le quali, in principal modo, con quelle celtiche ed etrusche.
Come è noto, data la vasta pubblicistica in materia, la Val Camonica è un territorio colmo di testimonianze della presenza dell’uomo e della sua evoluzione, ma la mappa dei ritrovamenti non si può dire certamente completa. Cevo, ad esempio, è una località che non figura tra quelle investigate nei decenni trascorsi, cosicchè rimane esclusa dalle mappe che indicano la distribuzione dell’arte rupestre e, più in generale, dei ritrovamenti archeologici.
Qualche anno fa, più esattamente nel 1998, chi scrive (con la moglie Donatella Salvetti, Domenico Scoppio e Franca Leonardi) è stato protagonista della scoperta di alcuni importanti reperti che fanno pensare alla zona nel comune di Cevo che interessa il colle dell’Androla e i luoghi circostanti e a una vasta area che dall’Androla porta alla località Molinello, come ad un grande luogo di culto e di osservazione astronomica.
Nel corso degli anni la ricerca è continuata. Nel frattempo si è costituito il gruppo “Amici del sentiero etrusco celtico”, con lo scopo di approfondire le ricerche e di valorizzarle.
Grazie al costante impegno degli “Amici del sentiero etrusco celtico” e in particolare di Lorenzo Cervelli, sono stati effettuati nuovi ritrovamenti dei quali diamo conto, nella consapevolezza che quanto scriviamo è provvisorio, perché la ricerca continua e perché l’interpretazione di quanto è stato trovato è in corso d’opera.
Cevo, i cui abitanti si danno il soprannome di Barolcc (popolo dei campi alti o delle cime) è, come indica il suo nome (keb =altezza), un paese in altezza, ossia in una posizione dominante la Val Camonica. Alla posizione geografica si associano l’abbondanza d’acqua, un’ottima esposizione al sole durante l’intero arco della giornata, la presenza di terreni coltivabili e di miniere di rame e di ferro. Tutti fattori che congiurano a fare del luogo una naturale area di insediamento umano. Ed è così che stato, sin dai tempi più remoti, dai quali ci giungono importanti testimonianze archeologiche, storiche, culturali.
In questo primo quaderno, curato dagli “Amici del sentiero etrusco celtico, diamo conto di alcuni ritrovamenti che nel loro complesso indicano la presenza di un vasto insediamento che parte dal Neolitico e interessa i periodi successivi, con evidenze celtiche ed etrusche. In particolare, è identificabile un sentiero che collega, non solo fisicamente, la parte a nord ovest dell’Androla (dove è stato ritrovato un graffito rappresentante Lug, nella sua forma più arcaica di Carnos), con l’area del Molinello, a est, dove è stato scoperto un complesso megalitico.
Lug e il culto del toro
Di notevole interesse, un graffito ritrovato a nord ovest del colle dell’Androla, rappresenta il dio Lug nella sua forma arcaica del Cranos o Carnos, associato al toro.
I simboli “cornuti (corna di bovini, cervidi, caprini) appaiono nel mondo dolmenico, in Bretagna, a partire dal quarto millennio a.C. Segni simili - scrive in proposito Jean Prieur - si ritrovano in abbondanza in forma di incisioni rupestri nei santuari alpini del Neolitico e dell’età del Bronzo, in particolare nella valle delle Meraviglie presso il monte Bego (Alpi marittime, versante francese) in cui predomina il toro e nella Val Camonica (Brescia) in cui le figurazioni del cervo sono numerose”.
Scrive in proposito Myriam Philibert (Le Mytes préceltiques, ed. Rocher) : « Il cervo e il toro appaiono come degli animali sacri nel Paleolitico. Dopo il riscaldamento postglaciale, essi conservano il loro valore mitico …. Nello stesso tempo, i bovini si scindono in due specie: un bue di piccola taglia, a corna corte, che diviene domestico e l’uro, molto più grande, che rimane selvaggio e viene cacciato. Sui graffiti parietali compare un animale dalle grandi corna a lira. In uno slancio di schematizzazione, le sole corna possono raffigurarlo. Nascono molte associazioni, con la Luna, il serpente, associato alla Terra, il bastone della Dea, l’ondeggiamento dell’acqua e la barca. E’ in questo momento che appare la famosa radice KRN, che troviamo in Carnac e che viene da KR? La radice KR o KL sembra essere anteriore all’Indoeuropeo e significa la “pietra”. La N finale introduce un’idea di elevazione”.
Molti sono gli esempi di termini derivanti dalla radice Kr oKl o delle due con la N finale. Molti anche gli dèi. Tra questi, “Carnos (o Cranos) corrisponde - scrive Myriam Philibert - al dio della mandria. Sui bronzi ciprioti egli appare con la fronte adornata da corna di toro. Più tardi sarà assimilato ad Apollo”. Nella regione di Carnac troviamo Corneille. “Carnos o Corneille - sostiene Myriam Philibert - sono delle divinità pastorali, con il loro bastone. Noi immaginiamo volentieri il primo come il giovane e bell’amante delle Terra Madre. Le culture neolitiche occidentali, cretesi o minoiche valorizzano i bovini come paredri della terra Madre e anche come epifania lunare”. “A volte - scrive ancora Myriam Philibert - questa divinità cornuta ha una polarità femminile, allorquando appare sotto la forma di corna aperte come un vaso e si oppone al pugnale, maschile, erede, sul piano stilistico, della freccia. Allora, il dio cornuto rappresenta evidentemente la terza funzione, legata al nutrimento, alla femminilità e alla terra. Egli è il protettore degli agricoltori ed è simile al Cranos dei Greci, dio degli armenti, prima di acquisire un carattere solare”. Con l’arrivo degli indo-europei e della società patriarcale, “il dio toro, più o meno androgino, non ha più posto”.
Siamo, dunque, in presenza del culto del toro, al quale, successivamente, con il sopravvenire dei culti solari e l’entrata nell’era dell’Ariete, si sostituisce il dio-cervo. “Carnos-Toro funge da paredro alla Dea Madre, nel suo ruolo di dea della sessualità e della fecondità, come nel paleolitico. Egli incarna, dunque, una certa immagine dell’immortalità. …… Il cervo, simbolizza, come il Sole, il rinnovamento ciclico, la successione vita, morte, rinascita, sul piano vegetativo, animale, umano o divino”.
Le corna del cervo, fa osservare Jean Prieur, con il loro mutare ad ogni ciclo stagionale, sono simbolo di rinascita.
Infine, il Cernunno. Dopo il Toro neolitico e il cervo dell’età del Bronzo, nell’era dei Pesci troviamo il Cernunno, del quale una delle più significative versioni appare in Valcamonica, con un torquis (”segno di potenza e insieme divino” e il sollevarlo “è un gesto sacro”) nella mano destra e un serpente dalla testa d’ariete (”simbolo di fecondità riproduttrice”) nella mano sinistra.
Della possibile presenza a Cevo di un culto del toro, narra una leggenda raccolta da Lorenzo Cervelli, in base alla quale la popolazione locale adorava un “bue d’oro” (nel corso dei secoli c’è stata una sovrapposizione simbolica tra il toro e l’idolo sinaico) che le genti venute dalla valle (il cristianesimo) volevano distruggere. Fu così deciso di nascondere il “bue d’oro” sul monte (che oggi si chiama Dorino), affidandolo a dei custodi (l’antica religione si è ritirata sui monti). Al sopraggiungere delle genti delle valli, che incendiarono tutto, sempre secondo la leggenda, il “bue d’oro” fu sotterrato (l’antica religione è divenuta clandestina) e i suoi custodi se ne andarono lungo una via ora segnata da molte croci (chiara forma di esorcismo delle antiche presenze cultuali).
Del culto del toro sappiamo abbastanza poco. Nel mondo celtico un toro bianco veniva ucciso in particolari circostanze e la sua carne veniva cotta in un calderone. Di questa carne si nutriva abbondantemente un druida, il quale, nella notte, riceveva in sogno le indicazioni utili per la tribù (l’elezione di un re, l’esito di una battaglia, il destino di un popolo, ecc.).
Nel “Libro dell’Ulster” viene tramandato un racconto che risale quantomeno all’VIII secolo nel quale Conn, per rompere un geis che lo lega ad una donna dell’Aldilà, va in cerca di un bambino nato da una coppia senza colpa. Nel momento in cui sta per essere compiuto il sacrificio “arriva una donna accompagnata da una mucca. La donna dice: “Ecco cosa dovete fare: uccidere la mucca e mescolare il suo sangue al suolo d’Irlanda, davanti alle porte di Tara…Quando la mucca sarà morta, si dovranno aprire i due stomaci. Ci sono dentro due uccelli, uno con una zampa sola, l’altro con dodici zampe”. Siamo in presenza del sacrificio con sostituzione di vittima, ma in relazione con un culto taurobolico di cui ignoriamo tutto. Si tratta del famoso toro delle tre gru ( le gru, suggerisce Jean Prieur, sono simbolo di saggezza e di vigilanza) raffigurato nell’arte statuaria gallo-romana? Comunque sia, la mucca viene uccisa e gli uccelli che prendono il volo si battono; a prendere sopravvento è l’uccello con una zampa sola”.
In Hadingham, si cita la teoria di Norman Lokyer, secondo la quale esisteva nel 2002 a.C. un “Culto di Maggio”, legato al primo maggio, quindi ad Aldebaran, sopresso intorno al 1600 a.C. da adoratori del solstizio, quindi del Sole, provenienti dall’Egitto o dalla Grecia.
Il “Culto di Maggio” venerava il sorbo e il pruno, mentre gli adoratori del sole il vischio. Il “Culto di Maggio” dà origine ad un calendario con l’anno diviso in otto parti: solstizi, equinozi, primo maggio, primo novembre, primo agosto e primo febbraio. Questo fa pensare ad Aldebaran (Toro) e ad Antares (Scorpione): l’uno in opposizione all’altro nello zodiaco.
Ma chi è Lug?
E’ l’Apollo - Mercurio celtico, e la sua origine, come ricorda Jean Markale (I Celti, Mondadori) risale al mito iperboreo, ovvero a quella “nazione mitica degli Iperborei, entro la quale s’aggira forse il ricordo dei costruttori di megaliti” che ritroviamo “nella mitologia celtica sotto l’aspetto della razza sotterranea dei Tuatha Dé Danann” (il popolo della Dèa Dana) la prima ad insediarsi in Irlanda.
E’ interessante, a questo proposito, quanto sostiene Jean Markale a proposito di Cûchulainn (Setanta), figlio di Lug e di Dechtaire, sorella di re Conchobar: “La sua forza fisica, il suo coraggio si trovano collegati al simbolo del toro. Del resto il nome di Tarani (divinità celtica, ndr) va accostato al nome toro (tarvos). …… Sono qui frammisti in maniera confusa ricordi totemici e resti di un’antica religione taurobolica”.
Il ritrovamento del dio cornuto sotto l’Androla rappresenta, pertanto, un elemento di grande importanza per lo studio dell’area di Cevo.
Il colle dell’Androla
Il colle dell’Androla si presenta, da molti punti di vista, come un probabile luogo di culto e di osservazione astronomica.
Gli indizi che suffragano tale ipotesi sono molteplici, a cominciare dalla collocazione geografica. Il colle è infatti in una posizione tale da consentire, a chi si ponga sulla sua sommità, di dominare la valle e di avere a propria disposizione la vista a 360 gradi di tutte le montagne circostanti. Questo fatto, oltre a farne un naturale punto di osservazione a scopi difensivi, ne consente l’utilizzo a fini astronomici (riferimenti solari, lunari, stellari). In questa direzione è andata la prima osservazione, tesa a identificare eventuali segni rivelatori della presenza di traguardi utilizzabili al fine della determinazione del tempo, delle stagioni, dei movimenti della volta celeste.
L’esistenza di possibili resti di massi allineati in forma circolare è già desumibile dalla fotografia aerea del colle e viene ulteriormente confermata da una prima e sommaria prospezione della zona circostante la chiesetta edificata sulla sommità dell’Androla.
Sulla sommità del colle era visibile (ora è stata rimossa in conseguenza dei lavori di scavo per la collocazione di una gigantesca croce) una pietra dal perfetto allineamento a Sud e a Est-Ovest. La pietra era di forma triangolare (tetraedrica).
La stessa chiesetta collocata sulla sommità è testimonianza indiretta dell’antico uso del colle dell’Androla come osservatorio. La parte più antica dell’edificio è infatti una costruzione a base quadrata, con quattro aperture allineate ai quattro punti cardinali.
La chiesetta, inoltre, introduce all’uso cultuale antico dell’Androla.
La prima parte dell’edificio, infatti, è stata costruita laddove le credenze locali indicano il luogo di raduno delle streghe.
Scrive in proposito D.A.Morandini: “Una antica tradizione dice che vi esistessero, sotto la Cappella dell’Androla, delle cave di rame, chiamate ramine. La Cappella dell’Androla è forse il miglior belvedere di tutta la Valle Camonica. Esaurite ed abbandonate le cave di rame rimasero le gallerie profonde e paurose. Ebbene: quel popolo che immaginò un serpente dall’anello d’oro, a cui nessuno osò mai avvicinarsi perché annientava collo sguardo, popolò anche quelle gallerie di streghe. Queste fantastiche creature paurose, durante l’infuriare dei temporali, uscivano dai loro domini sotterranei e ballavano sotto le intemperie, sui prati dell’Androla le più strane ridde infernali”.
Cave di rame e streghe che ballavano durante “l’infuriare dei temporali” potrebbero essere connesse, in quanto, secondo testimonianze orali attuali, ancora oggi il Colle dell’Androla è spesso colpito da numerosi fulmini. Il fatto che il colle attiri i fulmini (le streghe che ballano?) è evidentemente in relazione con la presenza di cave o miniere di minerale metallico.
Riguardo alla presenza di cerchi di pietre, sin dalla più remota antichità, in varie parti del mondo, Colin Wilson, riporta il parere dell’archeologo Lethbridge, secondo il quale, “la magia era il grande scopo da realizzare tramite il rituale delle streghe, ed il loro modo per conseguirlo ed era il semplice espediente di ricorrere all’eccitazione collettiva. I cerchi di pietre sulle nostre colline e le danze frenetiche delle streghe avevano questo grande scopo. Era così in tutto il mondo antico. Il potere magico, almeno così si credeva, era generato da queste danze, e veniva contenuto e diretto verso il suo obiettivo da cerchi di pietre, sistemati in modo che il potere non si disperdesse nella campagna “.
Il nome Androla, potrebbe derivare da antrum, antro, cavità o grotta.
La derivazione da antrum, antro, riguarderebbe anche Andrista, il paese che sta al di sotto dell’Androla e che è raggiungibile dal colle attraverso un sentiero scosceso che passa per le cave o miniere di rame abitate dalle streghe.
Andrista = Antrum istum = questa cavità
Androla = Antrum illum = quella cavità.
Le streghe custodivano, secondo la tradizione, il serpente dall’anello d’oro nelle grotte dell’Androla e il serpente è un elemento di grande importanza per lo studio delle tradizioni locali e per l’identificazione dei possibili culti antichi.
Il serpente è animale correlato alla terra e, di conseguenza, alla Dea Madre. “Penetrando nelle viscere della terra il serpente le strappa i segreti e diviene simbolo della scienza e della saggezza”.
Ad Andrista è ancora viva la tradizione del Basilisc. Angelo Moreschi (Giornale di Brescia), ricordando il rito che al 5 di gennaio si svolge a Andistra parla del “Badilisc” come di un serpente peloso, con una grossa testa, due enormi occhi ed una bocca gigantesca. Bocca dalla quale escono, dopo una processione che porta il “mostro” per le vie del paese, i fatti salienti dell’anno, offerti al pubblico ludibrio (il “discorso del Badilisc”). Il Badilisc è descritto come un serpente munito di corna di mucca e con il capo di pelle di capra, nato da un uovo deposto da un vecchio gallo e covato da un rospo velenoso. In alcune raffigurazioni il Basilisco ha una testa di gallo e una coda di serpente.
Va ricordato che il Cernunno è rappresentato con corna di cervo, con in mano un serpente con la testa d’ariete e un torques (anello d’oro?).
Il modello del serpente criocefalo, fa notare Prieur è molto diffuso in Gallia ed esprime “insieme tanto la forza e la fecondità dell’ariete, quanto il rinnovamento ciclico della vita simboleggiato dalle mute del serpente”.
Alla tradizione del serpente con l’anello d’oro si associa quella del serpente della pietra, che veniva preso in località Molinello e portato in processione all’Androla. La leggenda lo indica come il serpente della pietra in quanto aveva una pietra luminosa sulla testa.
Va a questo proposito ricordato che tra le popolazioni delle alpi francesi e svizzere si narra di serpenti e draghi volanti con una pietra in fronte, che di notte volano tra le cime dei monti e di giorno si riparano in grotte naturali. Secondo tradizioni celtiche ai serpenti volanti crescevano le ali con l’invecchiamento e si trasformavano in draghi. Alcuni draghi alati avevano il corpo leonino. Interessante, per la vicinanza dei luoghi e il comune contesto alpino, la leggenda del serpente (drago) della Corna Rossa di Zogno, in Val Brembana, che i vecchi dicono di vedere ancora volare tra le cime. Il serpente usciva di notte dalla sua tana sulla Corna Rossa e volava, tenendo in bocca una boccia d’oro, sopra la conca di Zogno, ritornando alla Conca Rossa dopo essersi fermato a bere all’antica fonte del Boer, presso l’Inzogno. Si dice che i giovani del paese seguissero il serpente alla fonte, con una padella per catturarlo e rubargli la boccia d’oro, ma accadeva sempre che i giovani venissero all’istante pietrificati.
Il serpente, che troviamo scolpito in un manufatto megalitico nell’area del Molinello, sia come serpente dell’anello d’oro, sia come serpente della pietra luminosa è uno degli elementi simbolici maggiormente presenti a Cevo. Poiché il serpente si collega direttamente ai culti della Dea Madre e in considerazione della derivazione iberica (basca) delle popolazioni cosiddette celto-liguri, che hanno per prime popolato la Val Camonica, non possiamo non trovare un riferimento con l’antica religione dei baschi e con la sua principale divinità, la Dèa Mari, dèa della terra e donna bellissima dai biondi capelli, impreziositi da un pettine d’oro, abitante la caverne sotterranee, il cui paredro è il serpente Maju o Sugaar, dio della terra e del cielo. A volte Mari stessa, nella sua parte inferiore, è un serpente, così come Ninianae (Viviana, la Dama del lago di arturiana memoria) o Dahut (divinità sirenide bretone). Non v’è chi non noti un’assonanza con le camune Aquane.
Le Aquane, calme e gentili abitatrici di terre fatate, sono capaci di predire il futuro e di ricordare il passato, ma non conoscono il presente; appartengono al culto celtico delle acque e in molte leggende celtiche, questi spiriti dell’acqua, in forma di donne bellissime, attirano gli umani nell’Aldilà, facendo loro smarrire il senso del tempo. Questi spiriti dell’acqua appartengono al popolo fatato della Dea Dana, ovvero al Sidhe, un mondo parallelo, le cui entrate si trovano sotto i poggi e nei pressi dei delmen e delle fonti.

Il Coran dèla Panéra
Nella parte a sud dell’Androla, nei pressi del Coran dèla Panéra, sono state scoperte una roccia variamente incisa, ancora in fase di studio e l’incisione di una figura antropomorfa, inscritta in un triangolo con la punta rivolta verso il basso, rinvenuta su una roccia nei pressi della prima.
Riguardo alla prima possiamo supporre si tratti di una planimetria del luogo. I segni zig zag, che compongono losanghe, potrebbero indicare corsi d’acqua e il quadrato attraversato da varie linee potrebbe, ragionevolmente, indicare un villaggio. Meno comprensibile è la disposizione delle numerose coppelle. Tuttavia, alcune incisioni riportate da Priuli, come quelle denominate la roccia del Druido e dello Stregone, danno del disegno geometrico a zig zag una possibile interpretazione cultuale. Nelle due incisioni, infatti, le figure antropomorfe portano addosso disegni a forma di losanga ripetuta.
La losanga (mâcle, maglia), evidente simbolo della Dèa Madre, evoca la forza vitale universale; è una maglia della Grande Rete sumera, che si estende a tutto l’universo ed è lo schema della forza vitale universale. L’agrenon (la rete in greco) rappresenta l’espansione che si compie al tempo stesso in tutte le direzioni. La rete si trova incisa sulle pietre onfaloidi e nella cultura celtica è equivalente alla spirale. Alla rete di losanghe si accosta anche la scacchiera, sulla quale siede Lug, composta di quadrati bianchi e neri, ad indicare le polarità della manifestazione.
Per quanto riguarda la figura antropomorfa inscritta in un triangolo con la punta rivolta verso il basso, essa sembra appartenere, stando alla tipologia dell’arte camuna introdotta da E.Anati, al Neolitico. Potrebbe trattarsi di un “orante”, con la particolarità che il triangolo con la punta verso il basso è simbolo femminile.
Proseguendo sul sentiero si arriva in prossimità del Molinello, dove un’antica porta litica (la Strøta), ora distrutta, introduceva a quella che si presenta come una vasta area sacra, con probabili funzioni cultuali, di guarigione e di osservazione astronomica.
Un’antica leggenda indica il luogo come punto di incontro e di svolgimento di antichi riti.
“Si raccontava una volta che in Tesa maturasse anche il frumento, ma una notte di luna piena si siano radunate delle belle fanciulle. Si trovavano a far baldoria e a ballare alla luce di un grande fuoco, per incontrare un signore, con le corna e con la coda, che si presentava intorno alla mezzanotte. I ragazzi del paese avevano paura dei versi che sentivano e gli uomini non sapevano più cosa fare.
Questo capitava tutti i mesi, a luna piena, ma una bella notte del mese di novembre, un uomo è andato a S.Sisto e ha iniziato a suonare la campanina. Le belle fanciulle che ballavano, ebbre, smisero improvvisamente e corsero verso il fuoco, dove le aspettava il signore, ma arrivarono tardi, piene di botte e di tagli. Il signore nel vedere come erano ridotte non le volle più con sé, trasformò i loro piedi in zampe di capra e le imbalsamò al Dòsol.
Dopo d’allora, tutti i mesi, viene suonata la campana di S.Sisto. Non si è più sentito nulla. In Tesa i campi sono diventati fertili e producono anche il frumento”. La leggenda, raccontata da Giùanù (Giovan Battista Matti) e raccolta da Lorenzo Cervelli, è di grande interesse, in quanto, depurata dalla interpretazione cristiana, ci parla di antichi riti che si svolgevano nelle notti di luna piena, con danze frenetiche e con l’assunzione di bevande inebrianti, davanti ad un grande fuoco. La danza rituale, il cui ritmo frenetico, accompagnato dall’assunzione di bevande inebrianti, produceva stati di coscienza alterata, consentiva, come avviene ancora oggi in molte ritualità sciamaniche, di traguardare oltre la nostra dimensione, per accedere ad altri mondi …. all’altro mondo; quel mondo parallelo, il Sidhe, al quale i Celti credevano come ad una realtà concreta. Chi era il signore? Non un’entità, ma, oggi diremmo, il Sé superiore di ognuno dei partecipanti, la proiezione dell’inconscio collettivo della tribù, quel dio Lug, detto il luminoso, che appunto viene rappresentato con le corna (il kernunnos, il sacro cervo). Per i Celti questo mondo umano è finito, misurabile e misurato. L’altro mondo, il Sidhe, è l’immutabile presente della realtà, dove io sono stato equivale a io sono e a io sarò.
Incontrare Lug significa, dunque, acquisire conoscenza ed è quanto facevano quelle sacerdotesse di un tempo, trasformate in streghe dal cristianesimo e pertanto malridotte (ecco le botte e i tagli), ormai incapaci di accedere all’altra dimensione e, pertanto, imbalsamate dallo stesso Signore della conoscenza, perché il loro sapere non venisse usato da chi non ne era degno. Imbalsamate, non eliminate, come la loro cultura, che non appartiene più al quotidiano, perché non la sappiamo comprendere e che, tuttavia, è scritta nelle pietre, raccontata nelle leggende, vivente nei simboli.


Il Molinello
Il Molinello si presenta come una serie sovrapposta di terrazze contenute da muri di pietra. Lungo i muri si trovano pietre posizionate in modo tale da far pensare a tombe e a dolmen, mentre altre inducono a pensare alla presenza di menhir spezzati.
Si potrebbe ipotizzare la presenza di un villaggio fortificato o di un castelliere, ma questi insediamenti di solito erano protetti alle spalle da rocce, in modo tale da lasciare vulnerabile, ma facilmente difendibile, solo la parte rivolta verso l’area pianeggiante del fondo valle.
Alle spalle dei terrazzamenti, non sufficientemente ampi da far pensare ad uno sfruttamento agricolo, non ci sono rocce, ma pianori sui quali è evidente la presenza di cerchi megalitici.
Inoltre, a sud-ovest del possibile centro e in basso, vicino alle attuali costruzioni adibite a stalla, ci sono pietre disposte in modo tale da far pensare ad un traguardo con il quale determinare gli allineamenti tra i megaliti dei cerchi e la volta celeste.
Verso la parte più bassa del complesso di pietre, c’è un dolmen di splendida fattura.
A questo proposito è significativo quanto scrive Jean Markale: “Sappiamo che i druidi erano dei solitari, degli eremiti residenti nelle foreste dove celebravano un culto avvolto nel mistero. C’è probabilmente in tutto ciò una sopravvivenza della religione dolmenica che noi non conosciamo, ma che possiamo constatare osservando il numero dei monumenti megalitici, dei dolmen soprattutto, nei territori celtici. E’ stata infatti avanzata l’ipotesi che i dolmen fossero le tombe dei sacerdoti o dei missionari propagatori di quell’antica religione, morti in fama di santità e venerati dopo la loro scomparsa. Sappiamo pure che il mito dei Tuatha Dé Danann viventi nei poggi si riferisce a quel periodo”.

Di grande interesse, infine, anche la scoperta di quella che chiameremo la “Pietra dell’astronomo”, a pochi metri dal traguardo e dai cerchi di pietre.
La “Pietra dell’astronomo” si rivela, ad un’osservazione attenta, come uno schema utilizzabile dall’operatore per osservare il cielo. Le due coppelle di maggiore diametro (all’incirca 8 centimetri) indicano, se unite da un’asta, la direzione sud-est, di estremo interesse, in quanto in quella zona del cielo troviamo asterismi importanti come Orione, il Cane maggiore, con Sirio, il Toro, con Aldebaran, le Pleiadi.
La forcella che si diparte dalla coppella centrale era, nell’antichità, uno strumento che serviva a traguardare il cielo per identificare gli asterismi, le levate eliache , i movimenti delle costellazioni e delle singole stelle. La forcella è orientata ad est e finisce nella coppella centrale, costituendo con essa una figura vagamente antropomorfa. Nella pietra sono poi evidenziate quattro altre coppelle, tre del diametro di circa tre centimentri e una dal diametro di circa un centimetro. Sono poste ad ovest delle coppella principale. Immaginiamo ora un astronomo del tempo, dotato della sua forcella, che punta nella coppella centrale. Se nelle altre coppelle ad ovest (sud-ovest e nord ovest) infila dei bastoni che fungono da traguardo, può osservare e testare una vasta parte del cielo occidentale. Se, al contrario,volge lo sguardo ad est, infilando un bastone nella coppella di sud-est, può traguardare, ad esempio, la levata eliaca di Aldebaran, di Sirio, delle Pleiadi. Sono, questi, riferimenti stellari di estrema importanza per il mondo antico, come dimostra, peraltro, una vasta letteratura al riguardo, alla quale rinviamo non essendo possibile, in queste brevi note, affrontare compiutamente l’argomento.
La “Pietra dell’astronomo”, dunque, si rivela, a nostro parere, come un ritrovamento di notevole importanza, in quanto costituisce un punto di riferimento esenziale per successive osservazioni archeoastronomiche.


La fonte ferruginosa e il serpente
A Nord-Ovest del Molinello si trova una fonte ferruginosa. Una serie di pietre orientate e nelle quali sono stati ricavati dei traguardi triangolari indicano un percorso sinusoidale che collega il Molinello alla fonte ferruginosa. All’incirca a metà percorso si trova un masso, chiaramente intagliato, la cui forma ricorda la testa di un serpente. Al di sotto della testa il masso mostra, evidente, un gradino di pietra. Considerate le sopravvivenze (leggende, festività) legate al serpente, non è da scartare l’idea che il masso a forma di testa di serpente possa essere un’ara posta a metà strada tra il cerchio megalitico e la fonte ferruginosa per scopi cultuali.
E’ interessante notare che il percorso che porta dal traguardo al serpente e alla fonte ferruginosa è indicato da pietre tagliate a triangolo. La testa del serpente, ricavata da un blocco di granito, è orientata ad est e riceve la luce del sole in fronte all’equinozio di primavera. I due occhi sono lambiti tangenzialmente dal sole al solstizio d’inverno e al solstizio d’estate. Non va dimenticato il valore apotropaico del serpente e la sua associazione, in molte culture, alla guarigione.

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